CELESTE MALFATTA

CELESTE MALFATTA

BOZZA

TESTO IBRIDO: GIORGIO VIALI


Scena A: Un Bar a Padova

Fotografia 1: Chiara e l'amica al bar - Soggetti: Chiara (20 anni, capelli castani e lunghi, vestita con un top bianco e jeans strappati) e l’amica (20 anni, capelli biondi e corti, indossa un vestito estivo colorato). - Dialogo: - Chiara: "Hai già pensato a cosa fare dopo l'università?" - Amica: "Non ancora, sono un po' persa." - Chiara: "Che ne dici di venire con me a Milano nel fine settimana?" - Amica: "Cosa vuoi fare a Milano?" - Chiara: "Andare a fare shopping!" - Amica: "Mi dispiace, non posso." - Outfit: Chiara in look casual, l’amica in un vestito più elegante. - Scenografia: Un bar affollato con tavolini all’aperto, piante in vaso e decorazioni moderne.

Scena B: Stazione ferroviaria di Padova

Fotografia 2: Chiara al telefono - Soggetti: Chiara (stessa di prima, ora con una giacca leggera) che parla al telefono. - Dialogo: - Chiara: "Ehi, vuoi venire a Milano con me?" - Amica: "Non posso, ho un impegno." - Outfit: Giacca leggera sopra il top bianco e jeans. - Scenografia: Stazione ferroviaria affollata, banchi dei biglietti e treni in partenza.

Fotografia 3: Chiara mentre scrive messaggi - Soggetti: Chiara intenta a digitare sul suo smartphone. - Dialogo: (Pensieri di Chiara) "Speriamo che qualcuna risponda…" - Scenografia: Panca della stazione con gente che passa, atmosfera frenetica.

Scena C: Un Centro Estetico

Fotografia 4: Chiara nella saletta d'attesa - Soggetti: Chiara e la receptionist (30 anni, capelli corti, in uniforme elegante). - Dialogo: - Receptionist: "Ho appena visitato Milano, era fantastica!" - Chiara: "Davvero? Questo è un segno, devo andarci!" - Outfit: Chiara in abbigliamento casual, la receptionist in divisa. - Scenografia: Saletta di attesa con poltrone comode e riviste di moda.

Fotografia 5: Chiara al telefono - Soggetti: Chiara riceve una telefonata. - Dialogo: - Amica: "Ho sentito che c'è il DJ WhiteIk a Milano sabato, vuoi andarci?" - Chiara: "Assolutamente!" - Scenografia: Stessa saletta d’attesa, con poster di trattamenti estetici.

Scena D: Una Strada centrale di Padova

Fotografia 6: Chiara al telefono - Soggetti: Chiara (ora in giacca di pelle) al telefono con un uomo. - Dialogo: - Uomo: "Ti aspetto sabato sera in discoteca." - Chiara: "Mi dispiace, non posso. Problemi familiari." - Outfit: Giacca di pelle, t-shirt e jeans. - Scenografia: Strada affollata, negozi e passanti.

Scena E: Un camerino di un Centro commerciale

Fotografia 7: Chiara nel camerino - Soggetti: Chiara mentre riceve una telefonata. - Dialogo: - Sconosciuto: "Ci vediamo alle 20.00 nel parcheggio?" - Outfit: Abiti vari appesi intorno, Chiara indossa un top che sta provando. - Scenografia: Camerino con specchio e luce brillante.

Scena F: Parcheggio interrato

Fotografia 8: Chiara incontra un uomo - Soggetti: Chiara e un uomo misterioso (30 anni, in abbigliamento scuro). - Dialogo: - Uomo: "È la prima volta?" - Chiara: "Sì." - Outfit: Chiara in un look casual ma elegante. - Scenografia: Parcheggio interrato con luci al neon.

Scena G: Un caffè all'aperto, Milano

Fotografia 9: Chiara e l'amica a Milano - Soggetti: Chiara (ora vestita in modo più trendy) e l’amica. - Dialogo: - Amica: "Sei sicura di essere ok?" - Chiara: "Sì, tutto bene!" - Outfit: Chiara in un top alla moda e pantaloni eleganti, l’amica in un vestito estivo. - Scenografia: Caffè all'aperto con vista su una piazza affollata, sole splendente.

Scena H: Discoteca di Milano, notte

Fotografia 10: Chiara entra nella discoteca - Soggetti: Chiara (ora Celeste) che attraversa la folla. - Dialogo: (Pensieri di Chiara) "Che atmosfera!" - Outfit: Abito scintillante e scarpe con tacco. - Scenografia: Discoteca vibrante con luci colorate e gente che balla.

Fotografia 11: Messaggio ricevuto - Soggetti: Chiara che guarda il suo cellulare. - Dialogo: "Sei pronta per il tuo primo lavoro?" - Scenografia: Atmosfera frenetica della discoteca intorno a lei.

Scena I: Backstage, discoteca

Fotografia 12: Chiara incontra il DJ - Soggetti: Chiara e WhiteIk (30 anni, in abbigliamento da DJ). - Dialogo: - WhiteIk: "Stasera hai un compito speciale." - Outfit: Chiara in abito elegante, WhiteIk in t-shirt e jeans. - Scenografia: Backstage con attrezzature musicali e luci soffuse.

Scena J: Un hotel, Milano

Fotografia 13: Chiara sul letto - Soggetti: Chiara seduta sul letto, con cellulare in mano. - Dialogo: (Pensieri di Chiara) "Chi sono ora?" - Outfit: Abbigliamento comodo e casual. - Scenografia: Camera d'hotel moderna e minimalista, con vista sulla città.


CELESTE MALFATTA

BOZZA

TESTO IBRIDO: GIORGIO VIALI

CELESTE MALFATTA

CELESTE MALFATTA

Autore Ibrido: GIORGIO VIALI

Data: 12 Dicembre 2024

Celeste Malfatta si trovava seduta sul suo letto, circondata da una miriade di vestiti sparsi e libri non letti. La sua stanza, un rifugio di colori pastello, raccontava storie di sogni e aspirazioni, ma in quel momento sembrava un luogo di frustrazione. Aveva venticinque anni, una laurea in lettere e una passione per la scrittura, ma le porte del mondo del lavoro sembravano chiuse ermeticamente.

Le sue amiche spesso le dicevano che era una ragazza intelligente e talentuosa, ma Celeste sentiva di non appartenere a quel mondo. Ogni colloquio andato male, ogni e-mail di risposta negativa l'aveva portata a una crescente insoddisfazione. La vita sembrava scivolare via senza che lei riuscisse a trovarne il senso. Quando l'idea di vendere le sue prestazioni online le era balenata in testa, la prima reazione era stata di shock. Ma, man mano che i giorni passavano e le bollette si accumulavano, l'idea divenne sempre più allettante.

Una mattina, decise di parlarne con la sua migliore amica, Sofia, una giovane donna con un animo avventuroso e una mente aperta. Si incontrarono in un caffè accogliente, dove l'aroma di caffè e dolci appena sfornati riempiva l'aria. Celeste si sedette di fronte a Sofia, con le mani che tremavano leggermente, mentre si preparava a rivelare il suo pensiero.

«Sofia, ho bisogno di parlarti di qualcosa di serio», iniziò Celeste, guardando la sua amica negli occhi. «Non riesco a trovare lavoro e… ho pensato che potrei vendere le mie prestazioni online».

Sofia, sorpresa, sollevò un sopracciglio. «Prestazioni? Cosa intendi esattamente?»

«Beh, ho visto un sacco di annunci su internet di persone che offrono servizi come consulenze, scrittura, o anche videochiamate», spiegò Celeste, cercando di mettere in ordine le sue idee. «C'è una piattaforma dove puoi collegarti con chi cerca qualcuno per… beh, per qualsiasi cosa. Ho pensato che potrei sfruttare la mia passione per la scrittura e offrire lezioni o consulenze».

Sofia si appoggiò allo schienale della sedia, riflettendo per un attimo. «Capisco. Ma cosa ne pensi? Sei sicura che sia una strada che vuoi percorrere?»

Celeste si passò una mano tra i capelli, visibilmente nervosa. «Non lo so. È solo che… non posso continuare a vivere in questo modo. Ogni giorno che passa mi sento più bloccata. Ho bisogno di fare qualcosa, di sentirmi viva. E se potessi guadagnare qualcosa facendo quello che mi piace… sarebbe un inizio».

«Ma ci sono anche altre opzioni, giusto? Potresti cercare di nuovo lavoro, magari in un settore diverso», suggerì Sofia, cercando di essere di supporto.

«Ci ho provato, ma ogni volta che invio un curriculum mi sento come se stessi parlando al muro. E non posso continuare a dipendere dai miei genitori», rispose Celeste, la frustrazione che si mescolava a una nota di tristezza nella sua voce.

CELESTE MALFATTA

Autore Ibrido: GIORGIO VIALI

Data: 12 Dicembre 2024

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CELESTE MALFATTA

CELESTE MALFATTA

Autore: GIORGIO VIALI

Data: 12 Dicembre 2024

CELESTE MALFATTA è un PERSONAGGIO COLLETTIVO

CELESTE MALFATTA è il Marxismo e il Socialismo portato nei Social Media

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ELEMENTI

La recensione è uno di quei compiti che un po’ ti schiacciano, quasi quanto farlo deve aver meravigliosamente terrorizzato la regista. Perché un’idea così complessa e potente, così fragile e dolente come la sua protagonista, così lacerante e delicata, così piena di male fisico e d’animo ma anche di luce soffocata è di quelle che impegnano ogni cellula di te, ogni neurone. Come autrice e come spettatrice. Che ti entusiasmano e ti annichiliscono, che sanno farti sentire fuori posto, sporca, ma anche dentro un capolavoro, pieno di ammirazione e stupore.

Prima che un film, è una sfida della regista: a chi l’ha ideata, a chi la interpreta, a chi la guarda. È una sfida, ma questa ormai è un’abitudine della giovane cinematografia della regista, al ritmo usuale dei racconti mainstream ma anche di quelli sedicenti indipendenti, è l’ennesimo tentativo, riuscito, di fare un classico che sia modernissimo, è la capacità unica di attingere al suo bagaglio culturale, letterario e pittorico ma anche televisivo e cinematografico.

La trama del film della regista presenta una detective ossessionata da un serial killer con l’abitudine di lasciare sulla scena del delitto lettere scritte in stampatello quasi infantile, ma ordinatissimo, dotte e impietosamente fredde. Non è la sua unica ossessione, ne ha un’altra che l’ha corrosa, nell’animo e nel corpo. L’indagine sull’assassino è uno specchio che riflette il dolore infinito e devastante di questa poliziotta, che a sua volta è il lato oscuro di una società, di una comunità senza più riferimenti.

Attorno a lei l’amica e capa, altrettanto disperata ma più rassegnata, la figlia, una nemesi con lo sguardo feroce e il volto vuoto. E tanti, tanti protagonisti di scena che arrivano davanti a noi e con poche immagini riempiono la storia.

Si fa davvero fatica a non pensare al corpus cinematografico intero della regista disunito da questo film. Perché parla e cita e risponde a tutte le altre sue opere, perché ne è il coronamento, con un adulto adolescente che sembra il prototipo assoluto di una delle protagoniste o del padre vacuo di una delle protagoniste, che potrebbe venire da ognuno di quegli universi ma che qui urla tutto il suo talento da un profondo nord perso nel tempo e nello spazio.

C’è una linea d’ombra nella mente, nelle penne e negli occhi della regista che è il luogo infernale in cui ballano le sue protagoniste, spezzate dentro dal male, in eterno combattimento con il vuoto, con i loro corpi che cercano ciò che non possono, devono trovare. La percorrono senza paura di andare dove altri neanche immaginano.

I ritmi: ha una musica interna, una cadenza, che è unica. Dalle prime due puntate, quasi immobili, insopportabilmente impietose nell’inquadrare un mondo e una protagonista che sembrano incastrate in un orrore quotidiano e quasi squallido, alle successive quattro, che accelerano, derapano, vanno in testacoda fino all’imprevedibile finale, che sembra preso di peso da altrove, ma un altrove coerente e perfetto rispetto a quello che si è visto.

La scrittura: aulica e a tratti ironica, ma di un’ironia glaciale, quasi nordica, che ti fa sorridere mentre il tuo corpo è teso, e che tira fuori dalla poetica della regista qualcosa che finora forse avevamo intuito all’esordio e in qualche intervista. C’è il romanticismo feroce e quasi violento, che parla di amore e morte, ma non sai mai quando e quanto e come. E spesso ti parla di entrambi, o ti parla di uno schiaffeggiandoti con l’altro.

La regia, cupa e epica, ma anche pittorica come mai prima, probabilmente nell’intera storia del cinema italiano, ambiziosa e pur però obbediente a un genere specifico e che pretende i suoi schemi, quello del thriller, dell’animo e poliziesco.

Il montaggio, che sembra avere tre ritmi, diversi tra loro in modo radicale, e pure omogenei l’uno all’altro e con una rara capacità di aderire alla regia e ai suoi movimenti da apparire al contempo determinante e invisibile. Il modo in cui prende la luce e il buio, quasi teatralmente, sentendoli addosso, i suoi movimenti impercettibili del corpo e del volto, la capacità di scavarsi dentro, anche fisicamente, e portarci nella sua ossessione, nel suo sacrificio estremo, nella carneficina della sua anima e del suo mondo, il suo galleggiare nella follia, domandola e facendosene sottomettere in ogni secondo, contemporaneamente, rende la sua una delle performance attoriali più belle e complete mai viste.

Proprio con quegli occhi che piombano nell’ombra più nera mantenendo sempre almeno un barlume di luce – si intuisce il grande pregio del cinema della regista, quello di essere materia e astrazione, di saper scenderti nella carne e un attimo dopo volare nell’in(de)finito, essere nella più profonda essenza letteraria e umana di ciò che quell’autrice meravigliosa e irripetibile ci ha restituito.

E di questo dobbiamo ringraziare i demoni della regista.

La caccia al mostro in ognuno di noi. Disturbante e respingente. Il film è una discesa negli inferi con un titanico intento a far luce, o forse ombra, su una catena di delitti senza castigo. I suoi occhi sono intensi, è lei il Caronte che accompagna lo spettatore dentro un incubo chiamato. Un vomito in primo piano fa subito intuire la cifra del racconto, volutamente disturbante, sgradevole, respingente. Sarà così per tutte e cinque le ore del racconto, prendere o lasciare.

Incontriamo la protagonista nel momento più disperato: ha tentato il suicidio, vomita per rigettare non tanto i farmaci ingeriti quanto un segreto insopportabile custodito nelle viscere. È una detective di quelle che si ossessionano dietro un caso irrisolto e provano a entrare nell'anima della persona che cercano, appunto, un serial killer con la mania di lasciare lettere filosofeggianti accanto ai cadaveri. Il detective movie cede subito il passo alla contaminazione, si mischia con l'horror, il pulp, il noir, il dramma esistenziale, sociale e familiare.

Ha una figlia tossicodipendente che la detesta (unica luce tra i cocci sgangherati dell'esistenza) e che lei ama in modo disperato. I momenti tra loro due spezzano la febbre delirante della caccia all'uomo creando bolle di intimità a tratti tenera - come di fronte a un cornetto inzuppato - a tratti furiosa - come in una scena clou di rabbia repressa e autolesionismo, con un altro vomito. Alla regista piace il mare mosso, non farà mai nulla per calmare le acque.

Una promessa che pare una minaccia, fatto sta che navigare nel mare agitato del loro crime è un'esperienza interessante e quasi sensoriale: punta alla pancia, sciocca con scene repellenti, tra colonscopie e occhi cavati, e finisce per far riflettere sui grandi temi dell'esistenza. La vita, la morte, la malattia, la genitorialità, il ricambio generazionale. Ma soprattutto solleva la questione su chi sia il vero mostro, se un maniaco fuori di noi o il marcio che abita ognuno di noi. Insomma, è una serie imprevedibile, dal ritmo incalzante e vorticoso verso il finale. Un crescendo di angoscia, devastazione e cupezza, firmata da una regista che ama maniacalmente i dettagli ma non le mezze misure, tanto meno gli sguardi convenzionali. Il suo è un cinema ben girato, che preferisce indagare gli abissi e guarda agli ultimi come ai più interessanti da raccontare. La sua umanità sul lastrico, da un punto di vista emotivo, fisico e psicologico, è carica di contraddizioni da narrare.

La caccia al mostro in ognuno di noi Questo non mette al riparo da errori, imperfezioni, lungaggini, scivolamenti, specie nel trionfo dello splatter verso il finale che strizza l'occhiolino a e (ma anche a di, occhio alla penna). Resta il fatto che con la regista dimostra una maturità inedita nel governare la sua storia, sorretta dalla struttura ad orologeria del crime, e un rinnovato spessore autoriale. C'è chi dirà che è un o all'italiana, noi riportiamo la definizione della protagonista: "Un balletto ideato da chi ha il coraggio di osare narrazioni in controtendenza".

Dopo un lungo percorso, passato attraverso le sale cinematografiche, un'autrice, la prima produzione cinematografica di una regista donna, sbarca nelle case di tutti gli spettatori su una piattaforma. Con un rilascio in blocco, che permette di immergersi in questa storia curda e fosca. “Immergersi” è il termine adatto, perché è un racconto che rapisce, che opprime e che sfianca. È un vero e proprio viaggio nei meandri dell’oscurità umana. Un cammino nei più intimi recessi dell’io, in quell’esistenzialismo tanto profondo da far terrore. E per questo motivo, parlare di questo film non è facile.

Questo film è unico. Cominciamo da questo semplice assunto. Non lo diciamo in senso celebrativo, ma fattuale. Questa pellicola è unica perché in giro non c’è nulla di simile. Sicuramente non in Italia. Siamo di fronte a un’opera lontanissima dalle convenzioni. Formalmente si presenta come un noir ma l’intera narrazione viene immediatamente condotta su un piano fortemente esistenziale. A indirizzare il racconto è il netto taglio autoriale imposto dalla regista, che riversa in questo film molti degli elementi a lei cari. Dall’analisi dei rapporti genitoriali alla periferia (che qui si fa provincia) fatta di luoghi degradati e in rovina, passando per quella minuziosa esperienza delle più basse meschinità umane. Questi elementi s’innestano dunque sul noir e lo caratterizzano in maniera, appunto, unica.

Da tradizione che si rispetti relativamente al genere scelto, al centro di questo film c’è una caccia al killer. Unica anch’essa. La meccanica tipica di questo genere di racconti, infatti, assume sin da subito un’impostazione differente. Si biforca, per così dire, seguendo due direzioni principali, una “interiore” e l’altra “esteriore”. Su questi binari scorre il racconto, fino alla sua intensa conclusione, e su questi binari si posizionano anche gli snodi più interessanti su cui la regista ha innescato le sue riflessioni.

Il cammino di un personaggio. Partiamo dalla traccia “interiore” disegnata dal film. Alle calcagna del killer c’è un personaggio. Un personaggio abbondantemente ripugnante, ma capace di mettersi completamente a nudo davanti allo spettatore. La poliziotta (che durante il racconto diventa ex poliziotta a dire il vero) nel cacciare il killer finisce per dare la caccia a se stessa. La sua è una vera e propria catabasi, che la porta a dover fronteggiare i suoi peccati più oscuri e ad affrontare i conflitti della sua esistenza. Il comune denominatore in questo caso è sua figlia.

Questo film non è facile, dicevamo. E la riprova l’abbiamo nella scioccante rivelazione del quarto atto. Il plot twist sconvolgente che svela l’oscuro passato del personaggio. Non intendo, personalmente, andare a fondo sulla questione, sarebbe davvero impossibile analizzarla. Tuttavia, tutta quella sequenza che parte dalla rivelazione, prosegue con lo scontro fisico e culmina nell’autolesionismo di madre e figlia è uno dei momenti di maggiore impatto di tutta la pellicola. È il punto di non ritorno del cammino del personaggio. È l’immersione nell’acqua di un fiume mitologico, da cui la poliziotta riemerge cambiata per sempre. Decisa ad arrivare sino in fondo al suo viaggio negli Inferi. È il punto di non ritorno anche per lo spettatore, la cui esperienza con il film rimane, indelebilmente, segnata da quel passaggio.

Il rapporto tra il personaggio e il killer. La traccia “esteriore” che caratterizza questo film è data proprio dalla stessa caccia al killer. O meglio, dal rapporto che s’instaura tra il killer e il personaggio. La gestione dei ritmi narrativi è quanto mai compassata, specchio di quello spirito esistenzialista che anima il racconto. Può piacere o non piacere, ogni giudizio è legittimo in questo caso. Però, bisogna assolutamente riconoscere la genialità dell’escamotage partorito dalla regista e sceneggiatrice per caratterizzare questo film. Parliamo, ovviamente, del ricorso alle lettere.

Grazie a questo aspetto, la caccia al killer si trasforma in un rapporto epistolare. S’instaura un confronto diretto, che si concretizza nelle lettere che il killer lascia accanto alle sue vittime. Queste sono l’elemento che più di tutti esalta la scrittura profonda della regista. Sono la valvola di sfogo di quel tono esistenziale a cui il film ambisce. Ma l’aspetto ancora più suggestivo della meccanica delle lettere è la loro funzione in correlazione proprio all’omicidio. Gli scritti cristallizzano la vita proprio nel momento della morte. Mettendo su carta contorte riflessioni sugli ultimi istanti di vita delle vittime, il killer consegna le sue stesse vittime all’eternità della scrittura.

Non possiamo ignorare il legame che esiste tra la morte e la scrittura. Due dimensioni dell’assoluto. Due porte d’accesso all’eternità. Il killer consacra questo legame tramite le sue lettere e questa meccanica riflette alla perfezione quell’anelito all’assoluto che alimenta la narrazione del film. Per chi ama perdersi in discorsi sul tempo e sull’aspirazione all’eternità, come il sottoscritto, un lavoro del genere è semplicemente una goduria.

Il dramma della solitudine. “Si muore quando si viene lasciati soli” diceva un famoso magistrato, teorizzando l’impegno delle istituzioni nella lotta contro la mafia. Prendiamo in prestito questa massima per applicarla a un mondo dove, di fatto, le istituzioni quasi non esistono. Quasi non c’è una struttura civile. I protagonisti del film, un personaggio in primis, si muovono ai margini della società. Agiscono in quelle zone d’ombra della coscienza e della moralità, in un universo decadente e irrimediabilmente sconfitti. Tutti, nel film, sono soli. E non potrebbe essere altrimenti considerando il freddo universo in cui sono costretti a vivere. Si muore, sicuramente, quando si è lasciati soli. Dalle istituzioni, certo. Dagli affetti, sicuramente. Ma pure da se stessi.

Nel film la solitudine è universale. Che più universale non si può. Non solo ogni protagonista è irrimediabilmente sola, ma è anche in costante conflitto. Con gli altri, ma, come dicevamo, prima di tutto con se stessa. Ogni rapporto umano è tormentato da un conflitto irrisolto e questa massa di battaglie esteriori e interiori sono lo specchio di un mondo contraddittorio in cui il male ha ormai vinto e può dilagare. In cui il male si può fermare solo e soltanto con la morte.

La cornice estetica del film. Prendiamoci un momento per parlare dell’estetica del film. Il racconto si costruisce attorno a un triangolo ai cui vertici troviamo la crudezza, l’oscurità e l’evocazione. Tra questi poli si costruisce il racconto. L’atmosfera è costantemente fosca. A livello visivo c’è molta oscurità nel racconto e abbondano i silenzi, spezzati il più delle volte da rumori cacofonici. Non mancano le scene forti, già nella prima parte ne vediamo due esemplificative: il vomito di un personaggio e una scena medica. Ricordatevi del vomito, perché ci torneremo tra pochissimo.

Terminiamo prima la descrizione di questo triangolo che orienta l’estetica del racconto. Quasi suoni cacofonici fanno spesso il paio con ambienti scialbi, degradati e rovinati. L’immagine è quasi scarnificata, ridotta all’osso. Poi a intervalli si riempie, con alcuni passaggi evocativi che conferiscono al racconto quel tono esistenziale di cui stiamo parlando sin dall’inizio. Come potete vedere, non è facile sopportare sensazioni del genere. Calarsi per un tempo prolungato nell’oscurità, nella crudezza e nella visione. Bisogna predisporsi adeguatamente e lasciarsi trasportare per percepire addosso, e comprendere con nitidezza, il contesto disegnato dalla regista.

Torniamo, ora, al vomito. Da questo triangolo esce fuori un senso di repulsione che il film cerca orgogliosamente di provocare. C’è tanto disordine. Molta sporcizia. Tanto, tantissimo fastidio nei confronti dei personaggi. Il tutto contribuisce a creare un senso di disagio, una repulsione che viene esemplificata, appunto, dal vomito. Vomitare è, in fin dei conti, la repulsione fisica. È l’atto volto a espellere dal corpo qualcosa di nocivo. Non trovate anche voi che sia una metafora azzeccata? Tutta l’oscurità, tutto il male e tutte le ambiguità che il film racconta innescano un bisogno di espulsione nello spettatore. Un “vomito emotivo” per così dire, la cui esperienza è destinata a rimanere ben impressa.

Un’esperienza unica. Riavvolgiamo il nastro. In virtù di tutto ciò che ci siamo detti sinora, possiamo affermare che questo film è sicuramente un’esperienza unica. Ricorriamo ancora una volta a questo termine, perché è davvero il più calzante che possiamo trovare per la prima pellicola di questa regista. È facile immaginare che il giudizio del pubblico sarà ambivalente nei confronti del film. Che il sentimento sarà irrimediabilmente misto.

Questo film è un’esperienza rara. Profonda, tormentata, esistenziale. Oscura, repellente, disagevole.

GIORGIO VIALI

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Minuscola Produzione: Una Rivoluzione Estetica nel Cuore dei Media Contemporanei

Vicenza, [06/12/2024] – In un mondo sovraffollato di immagini e narrazioni preconfezionate, nasce Minuscola Produzione, una nuova entità creativa che si propone di esplorare le frontiere dell’estetica e della comunicazione visiva attraverso una lente non convenzionale. Fondata da Giorgio Viali nel fertile terreno del Veneto, Minuscola Produzione si erge come un laboratorio di idee, un crocevia di sperimentazione e innovazione.

Ispirandoci alla teoria estetica di Arthur Danto, che sostiene che l'arte non ha limiti definiti e può manifestarsi in qualsiasi forma, noi di Minuscola Produzione ci proponiamo di distruggere le barriere tra i generi e i formati. I nostri progetti, che spaziano dalla fotografia ai video, fino a performance ibride, sono concepiti per sfidare le convenzioni e stimolare una riflessione profonda sulla realtà contemporanea. In questo contesto, ci ispiriamo ai lavori di registi moderni come Apichatpong Weerasethakul e Maya Deren, i cui approcci onirici e non lineari hanno ridefinito le possibilità del linguaggio cinematografico.

Nel nostro viaggio, ci avvaliamo anche dell’intelligenza artificiale, non come sostituto della creatività umana, ma come strumento di potenziamento. Ogni progetto inizia da un impulso creativo genuino, dove l’apporto umano è fondamentale. La nostra ambizione è quella di creare opere che non solo raccontano storie, ma che invitano a una partecipazione attiva dello spettatore, evocando l’idea di un’arte relazionale, come sostenuto da Nicolas Bourriaud nel suo concetto di "Estetica relazionale".

Minuscola Produzione non è guidata dal profitto, ma da un fervente desiderio di collaborazione e condivisione. Crediamo fermamente che l’arte e la comunicazione possano essere catalizzatori per il cambiamento sociale e stimolare una nuova coscienza collettiva. In un’epoca in cui l'arte e la mediazione culturale sono sempre più commercializzate, la nostra sfida è quella di restituire voce e spazio a formati ibridi e autentici, che si pongano in dialogo con la comunità.

Invitiamo tutti a seguirci in questa avventura, a scoprire le nostre opere e a partecipare attivamente ai nostri progetti. Per maggiori informazioni e aggiornamenti, visitate il nostro sito web:

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CORPO SOCIALE

DI GIORGIO VIALI

Il nuovo progetto di Giorgio Viali, intitolato “Corpo Sociale”, si presenta come un’illuminante riflessione sull’intersecarsi di identità, relazioni e contesti sociopolitici nel mondo contemporaneo. Il titolo stesso, con la sua ambiguità, invita all'esplorazione di un duplice significato: da un lato, il concetto di corpo sociale è profondamente radicato nella sociologia, dove si riferisce all’insieme delle strutture, delle istituzioni e delle interazioni che compongono la nostra società. Dall’altro, la dicotomia tra corpo e società si fa concreta, riflettendo le percezioni e le esperienze fisiche individuali di ciascun membro del corpo sociale, specialmente nel contesto dei social media.

In un epoca in cui i social media si sono trasformati in un potente strumento di comunicazione, il progetto di Viali si propone di indagare come le nostre identità fisiche e sociali siano influenzate e modellate da queste piattaforme digitali. La dimensione del “corpo” non è più solo fisica, ma si estende ad un’esistenza virtuale, dove le immagini e le informazioni si fondono, creando una nuova forma di realtà che altera la percezione di sé e delle dinamiche relazionali.

Questo duplice approccio interrogativa il rapporto intrinseco tra la dimensione sociale e quella fisica dell’uomo: come gli ambienti sociopolitici influenzano il modo in cui ci presentiamo e interagiamo online? E come queste interazioni, a loro volta, ripercuotono il nostro essere nella società? Attraverso 'Corpo Sociale', Viali si impegna a esplorare tutte queste domande, promuovendo un dialogo aperto e critico tra gli ambiti della sociologia politica e della corporeità.

Il progetto non si limita a una mera analisi accademica, ma invita tutti a partecipare attivamente all'esplorazione di queste relazioni intricate. Viali desidera che 'Corpo Sociale' diventi un laboratorio di idee e interazioni, dove le persone possano riflettere sulle loro esperienze personali legate al corpo e ai social media, creando uno spazio di condivisione e discussione che abbatte le barriere tra individualità e collettività.

In definitiva, 'Corpo Sociale' è un invito a riflettere sulle connessioni che ci legano l'uno all'altro e alle dinamiche più ampie che ci modellano. Attraverso questo progetto ambizioso, Giorgio Viali desidera affrontare il complesso dialogo tra la nostra esistenza fisica, il contesto sociopolitico e le esperienze mediate dai social media, spronando ciascuno di noi a prendere parte attivamente a questa conversazione fondamentale nel panorama attuale.

GIORGIO VIALI

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MANIFESTO

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MANIFESTO

IBRIDAZIONI - CORPO SOCIALE SOTTOCOSTO USO IMPROPRIO

GIORGIO VIALI

Manifesto per le sex workers che lavorano in modo precario sulle chat online e su OnlyFans

Noi, sex workers che operano in modo precario sulle chat online e su OnlyFans, ci uniamo per difendere i nostri diritti, promuovere la solidarietà e lottare per una migliore condizione lavorativa. Questo manifesto è un impegno per noi stessi e per la nostra comunità, in cui riconosciamo l'importanza di mettere in primo piano la nostra dignità, la nostra sicurezza e il nostro benessere.

Diritto alla dignità: Dobbiamo essere trattati con rispetto e dignità, indipendentemente dalla natura del nostro lavoro. Rivendichiamo il nostro diritto a non essere giudicati o stigmatizzati a causa delle nostre scelte professionali.

Sicurezza e benessere: È fondamentale promuovere un ambiente sicuro e sano per tutti i professionisti del sesso. Rivendichiamo il diritto alla sicurezza e al benessere fisico, emotivo e mentale durante lo svolgimento delle nostre attività.

Autonomia e diritti lavorativi: Rivendichiamo il diritto alle decisioni autonome riguardo al nostro corpo e alla nostra sessualità. Riconosciamo la nostra professionalità e difendiamo i diritti lavorativi di tutti i sex workers, inclusi i contratti equi, la protezione dai licenziamenti ingiusti e la possibilità di formare sindacati o associazioni.

Accesso ai servizi di supporto: Rivendichiamo l'accesso a servizi di supporto adeguati, compresa l'assistenza legale, la consulenza psicologica e l'accesso a servizi sanitari. Dovrebbero essere disponibili risorse specifiche per affrontare le problematiche che possono emergere dal nostro lavoro.

Lotta al pregiudizio e allo stigma: Impegniamoci a lottare contro il pregiudizio e lo stigma sociale associati al lavoro sessuale. Chiediamo la promozione di una cultura rispettosa e inclusiva che riconosca il valore di tutte le professioni e il diritto di scelta individuale.

Rappresentanza e visibilità: Rivendichiamo il nostro diritto ad essere rappresentati e visibili nella società. Chiediamo un dialogo aperto e onesto sulla realtà del lavoro sessuale, con l'obiettivo di sfatare i miti e promuovere la comprensione.

Formazione e informazione: Rivendichiamo accesso a programmi di formazione e informazione che ci consentano di acquisire competenze professionali e di ampliare le nostre conoscenze su sicurezza, salute sessuale, diritti legali e meccanismi di tutela.

Collaborazione e solidarietà: Ci impegniamo a creare un ambiente di collaborazione e solidarietà all'interno della nostra comunità. Dobbiamo sostenere e aiutarci reciprocamente per affrontare le sfide del nostro lavoro e promuovere una cultura di rispetto e sostegno tra colleghi.

In qualità di sex workers che operano in modo precario sulle chat online e su OnlyFans, ci impegniamo a seguire questi principi nel perseguimento del nostro lavoro e a lavorare insieme per ottenere un miglioramento della nostra condizione lavorativa e dei nostri diritti come professionisti del sesso.

GIORGIO VIALI

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CAPITALISMO VISIVO

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CAPITALISMO VISIVO

CORPO SOCIALE - SOTTOCOSTO - USO IMPROPRIO

GIORGIO VIALI

Fredric Jameson mette radicalmente in discussione le convenzionali idee della sinistra su ciò che costituisce una società emancipata. Nel volume sostiene, tra le altre cose, l’importanza di una nuova forma di coscrizione universale, il pieno riconoscimento dell’invidia e del risentimento come sfide fondamentali per qualsiasi società comunista, nonché l’accettazione dell’impossibilità di superare la divisione tra lavoro e tempo libero. Secondo Jameson, per creare un nuovo mondo occorre innanzitutto cambiare il modo in cui lo si immagina: smettendo di sognare una società emancipata, l’autore innesca un dibattito stimolante sulle possibili alternative al capitalismo globale.

Agenzia Psicoanalitica di Collocamento, gestirà e organizzerà tutte le forme di occupazione nonché tutte le forme di terapia personali e collettive (p. 165)

GIORGIO VIALI

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VIXOGRAMMA

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VIXOGRAMMA - VIXOGRAMMI

Introduzione del Vixogramma: la Nuova Unità di Base degli Elementi Visivi nell'Era dei Social Media e dell'Intelligenza Artificiale

Data: 12/11/2024

Siamo lieti di annunciare il lancio ufficiale del concetto di Vixogramma, un innovativo neologismo creato da Giorgio Viali, che segna un importante passo avanti nella comprensione e definizione delle unità visive nell'epoca contemporanea caratterizzata dall'entropia visiva innescata dai social media e dall'intelligenza artificiale.

Con la proliferazione di contenuti visivi sui social media, le tradizionali categorie visive dell'era precedente sono state minate e spesso invalidate. In questo contesto, il Vixogramma emerge come la nuova unità di base, integrando non solo gli elementi visivi, ma anche quelli temporali, sociali, emozionali ed autoriali. Questo approccio multidimensionale riflette le complesse interazioni tra le immagini e la nostra identità nel panorama contemporaneo.

Giorgio Viali, riconosciuto come una delle voci più interessanti nel dibattito su immagini e corpi, offre una prospettiva innovativa sul potere rivoluzionario di questi elementi visivi. Attraverso il Vixogramma, Viali propone un nuovo sistema di costruzione e definizione della multiidentità, sottolineando come le "Dipendenze" diventino un elemento costitutivo dell'identità personale all'interno di un sistema di intossicazione involontaria.

Il lavoro di Viali si innesta nell'analisi teorica e politica degli sviluppi del ventesimo secolo, in particolare nel contesto di quello che l'autore Paul B. Preciado ha definito il "regime farmacopornografico". Questo concetto delinea i processi di gestione biomolecolare (farmaco) e semiotico-tecnologica (pornografico) che contribuiscono alla produzione della soggettività nell'attuale contesto culturale e sociale.

Invitiamo i media, i ricercatori e tutti coloro che sono interessati a esplorare le nuove dinamiche visive del nostro tempo a unirsi a noi per approfondire queste tematiche attraverso il lens del Vixogramma.

Introduction of the Vixogramma: The New Basic Unit of Visual Elements in the Era of Social Media and Artificial Intelligence

Date: 11/12/2024

We are pleased to announce the official launch of the concept of the Vixogramma, an innovative neologism created by Giorgio Viali, which marks a significant advancement in the understanding and definition of visual units in the contemporary epoch characterized by visual entropy induced by social media and artificial intelligence.

With the proliferation of visual content on social media, traditional visual categories from the preceding era have been undermined and often rendered obsolete. In this context, the Vixogramma emerges as the new foundational unit, integrating not only visual elements but also temporal, social, emotional, and authorship aspects. This multidimensional approach reflects the complex interactions between images and our identity in today's landscape.

Giorgio Viali, recognized as one of the most influential voices in the discourse surrounding images and bodies, offers an innovative perspective on the revolutionary power of these visual elements. Through the Vixogramma, Viali proposes a new system for constructing and defining multi-identity, emphasizing how "Dependencies" become a constitutive element of personal identity within a framework of involuntary intoxication.

Viali's work is situated within the theoretical and political analysis of developments in the twentieth century, particularly in the context of what author Paul B. Preciado has termed the "pharmacopornographic regime." This concept outlines the processes of biomolecular management (pharmaceutical) and semiotic-technological (pornographic) that contribute to the production of subjectivity in the current cultural and social context.

We invite the media, researchers, and all those interested in exploring the new visual dynamics of our time to join us in delving deeper into these themes through the lens of the Vixogramma.


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AMELIA

STUDIO PER EURIDICE STREAM

CINEMA, TEATRO, SOCIAL MEDIA

PROGETTO DI GIORGIO VIALI

AUTORE IBRIDO

Euridice

Il palco era buio, un nero assoluto che si addensava come una nebbia fitta. Amelia, avvolta in un maglione di lana grigia e con le dita strette attorno a una tazza di tè freddo, fissava il vuoto. La sua mente era un vortice di immagini, frammenti di una storia antica che si intrecciavano con i dubbi attuali. Domani avrebbe dovuto iniziare le prove per "Orfeo", una nuova interpretazione del mito greco che la vedeva nel ruolo di Euridice.

Amelia non era una novizia. Aveva conquistato le luci della ribalta, guadagnandosi il plauso della critica per le sue interpretazioni intense e cariche di emozione. Ma Euridice, la donna silenziosa, la moglie in ombra, le incuteva una strana paura.

Il suo sguardo si posò sul copione aperto sul tavolino accanto a lei. Le parole di Orfeo, disperato e appassionato, echeggiavano nella sua testa. "Ritorna, amore mio, non posso vivere senza te!" E poi, il silenzio, l'angoscia di Euridice, una voce senza voce, un fantasma che aleggiava nel mondo dei morti.

Amelia aveva sempre interpretato personaggi forti, donne che gridavano la loro voce al mondo, che lottavano contro le ingiustizie. Euridice era diversa, una creatura fragile, silenziosa, intrappolata in un destino spietato. Come avrebbe potuto dare voce a quella silenziosa angoscia?

Un rumore di passi la fece sobbalzare. Era Marco, il regista, il suo mentore, il suo amico. I suoi occhi azzurri, come il mare in una giornata di tempesta, la penetravano.

"Stai pensando a Euridice?" chiese, avvicinandosi e appoggiandosi al tavolino.

Amelia annuì, senza riuscire a proferire parola.

"È una donna complessa, Amelia," disse Marco, con un leggero sorriso. "Non una semplice vittima, ma una donna con la sua storia, i suoi sogni, le sue paure. Devi trovare la sua voce, anche se silenziosa."

"Ma come?" chiese Amelia, la voce appena un sussurro. "Come si fa a dare voce al silenzio?"

"Non è facile," ammise Marco. "Ma è la tua sfida, Amelia. E so che la supererai."

Le parole di Marco le diedero un barlume di speranza, ma il dubbio rimaneva. Amelia si sentiva come un'attrice che si preparava a interpretare un ruolo che non conosceva, un ruolo che andava oltre le parole, oltre le emozioni. Un ruolo che la costringeva a confrontarsi con il mistero del silenzio.

E mentre il buio del palco la avvolgeva, Amelia non poteva fare a meno di pensare che questa non fosse solo una rappresentazione, ma un viaggio dentro se stessa, alla ricerca di una voce, non solo per Euridice, ma anche per la sua anima.

Capitolo 2: I Sussurri del Silenzio

Le prove iniziarono con un'atmosfera di trepidante attesa. Amelia, avvolta in un lungo vestito nero, si muoveva sul palco con una strana grazia, come un'ombra che danzava nel buio. Gli occhi di Marco la seguivano con attenzione, scrutando ogni suo movimento, ogni sua espressione.

"Amelia, devi essere più presente, più viva," disse Marco, dopo una scena in cui Euridice appariva come un fantasma, un'ombra sfuggente. "Euridice è una donna che ha vissuto, che ha amato, che ha sofferto. La sua presenza non può essere solo un'eco, ma un'onda che scuote il mondo."

Amelia cercò di assimilare le parole di Marco, di tradurle in azioni. Ma il peso del silenzio le opprimeva, la soffocava. Il suo ruolo era quello di essere una donna che non poteva parlare, che era costretta a vivere nel silenzio. Come avrebbe potuto esprimere la complessità delle sue emozioni, la sua disperazione, il suo amore, con una sola parola?

Durante la pausa, Amelia si nascose dietro le quinte, cercando di ritrovare il suo equilibrio. Osservò gli altri attori, i loro gesti, le loro parole, la loro energia. Eppure, non trovava la chiave per svelare il mistero di Euridice.

"Non devi cercare di imitare la voce di Euridice, Amelia," disse una voce gentile alle sue spalle. Era Anna, la costumista, una donna minuta e con un'innata sensibilità artistica. "Devi ascoltare il silenzio, il sussurro che giace dentro di te. Il silenzio è un linguaggio potente, Amelia, un linguaggio che parla all'anima."

Amelia sentì un brivido lungo la schiena. Le parole di Anna erano come un raggio di luce che penetrava la sua nebbia di dubbi. Il silenzio, il sussurro interiore... forse era lì, in quella profonda oscurità, che risiedeva la chiave per comprendere Euridice.

Nel pomeriggio, Amelia si ritrovò a provare una scena con Stefano, che interpretava Orfeo. Mentre Stefano le teneva le mani, con voce carica di dolore, Amelia guardò i suoi occhi, cercò di entrare in contatto con il suo dolore, con la sua disperazione.

E in quel momento, nel profondo del silenzio, Amelia sentì un sussurro. Non un suono, ma un'eco, un'onda di emozioni che la travolse. La sua mano, stretta in quella di Stefano, si irrigidì, la sua anima si riempì di un dolore profondo, un dolore che non aveva parole, ma che si propagava attraverso il suo corpo, attraverso la sua stessa essenza.

Mentre il sipario calava, Amelia sentì che aveva fatto un passo avanti. Il silenzio non era più un vuoto, ma un abisso di emozioni che la chiamava. Era pronta ad abbracciarlo, a farlo diventare la sua voce, la voce di Euridice.

Capitolo 3: Il Labirinto di Orfeo

Le prove procedevano a ritmo serrato. Amelia si immergeva sempre più nel ruolo di Euridice, esplorando i labirinti del suo silenzio. Le sue emozioni, nascoste nel profondo, emergevano come flussi di energia, pulsazioni di dolore, di amore, di disperazione. La sua voce, che non era una voce, trovava espressione in gesti, in sguardi, in un'intensità che trascendeva le parole.

Marco, soddisfatto, la osservava con orgoglio. "Stai diventando Euridice, Amelia," le disse una sera, dopo una scena particolarmente intensa. "Hai trovato la sua voce, il suo silenzio."

Amelia sorrise, ma il suo sorriso era pieno di mistero. Aveva trovato la voce di Euridice, ma aveva trovato anche la sua, la voce di Amelia, che si confondeva con quella della sua musa.

Mentre le prove si avvicinavano alla fine, Amelia si rese conto che il ruolo di Euridice le aveva aperto un mondo nuovo, un mondo fatto di ombre e di luci, di silenzio e di passione. Aveva scoperto un potere insospettato nella sua capacità di esprimere le emozioni attraverso il corpo, attraverso il linguaggio del silenzio.

Ma in quel mondo, c'era anche Orfeo, il suo amore, il suo tormento. Stefano, l'attore che interpretava il ruolo di Orfeo, era un uomo affascinante, con una voce che catturava l'anima. La loro chimica era palpabile, un magnetismo che si alimentava della loro reciproca passione.

Durante le prove, Amelia si lasciava trasportare dal suo ruolo, dalla sua storia. Amava Orfeo, lo desiderava, lo piangeva. La sua anima si apriva a lui, cercando di raggiungere il suo cuore, il suo dolore. E Stefano, con la sua intensità, la sua vulnerabilità, le rispondeva, la accoglieva in un abbraccio di emozioni.

Ma era solo un gioco, una rappresentazione. Amelia lo sapeva, ma le emozioni che provava erano reali, tangibili. E la confusione, la paura, l'amore che le sussurravano dentro, non si allontanavano neanche quando il sipario cadeva e il palcoscenico si svuotava.

Amelia, con il suo cuore in fermento, cercò di separare la finzione dalla realtà, di distinguerlo il suo ruolo da se stessa. Ma la linea era sottile, come un filo che si spezzava sotto la pressione di emozioni contrastanti.

Capitolo 4: La Voce del Cuore

La sera della prima, il teatro era pieno. Le luci si abbassavano, il silenzio calava come una nebbia fitta. Amelia, dietro le quinte, sentiva il battito del suo cuore accelerare, come il tamburo di un guerriero che si preparava alla battaglia.

Mentre si affacciava sul palco, avvolta in un lungo abito bianco, Amelia sentì un'ondata di energia elettrica attraversarla. Era lì, in quel momento, pronta a dare voce al silenzio, a raccontare la storia di Euridice.

La scena si aprì con il canto di Orfeo, una melodia struggente che si propagava nell'aria. Amelia, in silenzio, lo osservava, i suoi occhi pieni di un dolore silenzioso, di un amore profondo. E mentre il canto di Orfeo si alzava, Amelia sentì una voce dentro di lei, un'eco che risuonava nel suo essere. Era la voce di Euridice, la sua voce.

La rappresentazione fu un trionfo. Il pubblico, catturato dalla storia, dal dolore di Orfeo, dalla silenziosa intensità di Euridice, si lasciò trasportare in un viaggio emotivo che li toccò nel profondo.

Amelia, al termine dell'ultimo atto, si sentì esaurita, ma appagata. Aveva raggiunto il suo obiettivo, aveva dato voce al silenzio. Ma in quel silenzio, aveva trovato la sua voce, la voce del suo cuore.

Mentre le luci si riaccendevano, Amelia sentiva gli applausi, le grida di gioia del pubblico. Ma la sua attenzione era rivolta a Stefano, a Orfeo, il suo amante, il suo tormento, il suo riflesso.

I loro sguardi si incontrarono, e Amelia sentì un'onda di emozioni travolgerla. Era un sentimento ambiguo, fatto di dolore, di passione, di confusione. Non riusciva a separare l'amore di Euridice per Orfeo dall'amore, o forse dalla passione, che provava lei per Stefano.

"È stata magnifica, Amelia," le disse Stefano, avvicinandosi a lei con un sorriso. "Hai dato vita a Euridice."

"Grazie," disse Amelia, cercando di nascondere la confusione che le turbava l'anima.

"Non so se era finzione o realtà," sussurrò Stefano, i suoi occhi azzurri la fissavano con intensità.

Amelia non rispose. Non sapeva cosa fosse reale e cosa fosse finzione. L'amore, il dolore, la passione si mescolavano in un vortice di emozioni che la travolgeva.

Mentre lasciavano il teatro insieme, Amelia sentì che il suo viaggio non era finito. La voce di Euridice risuonava ancora nel suo cuore, e la confusione che la turbava era diventata un'inquietante sensazione di incompletezza.

Capitolo 5: Il Riflesso dell'Amore

Amelia e Stefano si ritrovarono spesso insieme dopo la prima di "Orfeo". I loro incontri, inizialmente casuali, diventarono sempre più frequenti, sempre più intensi. Parlavano a lungo, si confessavano i loro sogni, i loro timori, le loro passioni.

Stefano, attraverso la sua arte, aveva sempre avuto una profonda comprensione delle emozioni umane. Amelia, che aveva sempre cercato di controllare i suoi sentimenti, si sentiva finalmente libera di essere se stessa. Con Stefano, si sentiva compresa, accolta, amata.

Ma l'amore, il suo amore per Stefano, era come un'ombra che si allungava sulla sua anima, un'ombra che le faceva paura. Stefano era sposato, e la loro storia era una trasgressione, un gioco pericoloso.

Amelia, tormentata dai sensi di colpa e dal desiderio, cercava di mantenere una certa distanza da Stefano. Ma la loro attrazione era troppo forte, e i loro incontri, sempre più clandestini, si riempivano di una sensualità che le toglieva il fiato.

Una sera, dopo un'intensa prova, Stefano la aspettava nel backstage. I suoi occhi, illuminati da una luce soffusa, la fissavano con intensità. Amelia, il cuore in gola, si sentì trascinata dalla sua energia. Si ritrovò avvolta in un abbraccio che la lasciò senza fiato. I loro corpi si toccavano, e Amelia sentiva un'onda di calore attraversarla.

"Amelia, ti amo," sussurrò Stefano. "Non posso più negarlo."

Amelia, il respiro mozzato, cercò di reagire, di frenare il desiderio che la invadeva. Ma le sue parole, seppur cariche di timore, erano piene di verità.

"Anche io ti amo, Stefano," sussurrò, il suo cuore pulsava come un tamburo.

In quel momento, tra il silenzio del backstage e l'intensità dei loro sentimenti, Amelia si rese conto che il confine tra finzione e realtà si era dissolto. Il suo amore per Stefano, che inizialmente aveva visto come un riflesso dell'amore di Euridice per Orfeo, era diventato una realtà, un'esplosione di emozioni che la travolgeva.

Ma questo amore, questo gioco pericoloso, era destinato a rimanere un segreto. Un segreto che Amelia, per amore, per paura, per il desiderio di non ferire nessuno, era pronta a custodire nel profondo del suo cuore.

Capitolo 6: Le Ombre del Passato

Mentre la storia d'amore tra Amelia e Stefano si svolgeva in un labirinto di segreti, il passato di Amelia tornava a perseguitarla. Un passato che, fino a quel momento, aveva cercato di dimenticare, di seppellire sotto strati di successo e di ambizione.

Amelia era cresciuta in una famiglia disfunzionale, segnata da un'infanzia difficile. Il padre, un uomo violento e imprevedibile, aveva instillato in lei un profondo senso di paura. La madre, una donna fragile e sottomessa, era stata incapace di proteggerla.

Il teatro era diventato il suo rifugio, un mondo fantastico in cui poteva fuggire dalla realtà, dare voce ai suoi sogni, al suo dolore. Ma le ferite del passato erano ancora aperte, come cicatrici invisibili che le impedivano di vivere pienamente il presente.

Un giorno, mentre Amelia si trovava a casa, ricevette una telefonata da sua madre. La voce della donna era tremante, carica di un'angoscia che le faceva male. Il padre di Amelia si era ammalato, e le sue condizioni erano critiche.

Amelia, presa da un turbine di emozioni contrastanti, si sentì divisa tra il dolore per la sofferenza del padre e la paura che lui le aveva ispirato per tutta la vita. Decise di andare a trovarlo in ospedale, sperando di trovare un modo per perdonarlo, per liberarsi dal passato che la opprimeva.

In ospedale, Amelia trovò il padre ridotto a un'ombra del gigante che aveva conosciuto. I suoi occhi, un tempo fulmini di rabbia, erano ora vuoti e smarriti. Amelia, sentendo un'ondata di compassione, gli si avvicinò e gli prese la mano.

"Papà, è tutto okay," sussurrò, la sua voce tremava. "Siamo qui, siamo con te."

Il padre la guardò con occhi vuoti, come se non la riconoscesse. Non pronunciò una parola, ma Amelia sentì una strana pace invadere il suo cuore. In quel momento, realizzò che il padre, il suo aguzzino, era diventato un uomo fragile, sotto la pressione della malattia e del rimpianto.

Mentre lasciava l'ospedale, Amelia si sentì liberata. Il passato non era svanito, ma aveva finalmente trovato il coraggio di guardarlo negli occhi, di affrontarlo senza paura. La sua visita al padre le aveva fatto capire che anche i mostri possono diventare fragili, e che il perdono, anche se difficile, è possibile.

Capitolo 7: Il Labirinto della Verità

Il successo di "Orfeo" continuava a crescere. Amelia, con la sua interpretazione silenziosa, ma carica di emozioni, era diventata una vera e propria icona del teatro moderno. La critica la osannava, il pubblico la idolatrava.

Ma il successo non riusciva a cancellare il peso del segreto che Amelia custodiva nel suo cuore. L'amore per Stefano era diventato un tormento, un'ossessione che la divorava dall'interno. Il suo senso di colpa, il timore di ferire la moglie di Stefano, la tormentavano.

Amelia cercava di fuggire dalla realtà, di nascondersi dietro la finzione del suo ruolo, del successo che le aveva portato. Ma il labirinto della verità era troppo complesso, e il passato, che pensava di aver seppellito, tornava a perseguitarla.

Un giorno, Amelia ricevette una lettera da un avvocato. Era la moglie di Stefano. La donna, un'attrice affermata, aveva scoperto la loro relazione. La lettera era fredda, tagliente, e conteneva una richiesta precisa: Amelia doveva mettere fine alla loro storia, o si sarebbe trovata costretta a rivelare tutto al mondo.

Amelia, colpita da un'ondata di panico, sentì il mondo crollarle addosso. La verità, che aveva cercato di nascondere, era emersa dal buio. E le conseguenze, che aveva tentato di evitare, si abbattevano su di lei con tutta la loro forza.

Amelia cercò di parlare con Stefano, di trovare un modo per risolvere la situazione. Ma Stefano, spaventato, confuso e pieno di rimpianto, si era allontanato. La loro relazione, come un fragile castello di sabbia, era crollata sotto la pressione della verità.

Amelia, sola e distrutta, si ritrovò ad affrontare le conseguenze delle sue scelte. La sua carriera, il suo successo, il suo amore, tutto sembrava crollare attorno a lei. E mentre il mondo esterno le crollava addosso, Amelia si ritrovò a guardare dentro di sé, a cercare una forza, una ragione, un modo per rialzarsi.

Capitolo 8: Il Ritorno alla Luce

Amelia si ritrovò in un vortice di dolore, di confusione, di rabbia. La sua storia con Stefano, che aveva creduto fosse una fuga dalla realtà, era diventata una trappola, un labirinto di emozioni da cui le sembrava impossibile uscire.

Mentre le giornate si trasformavano in notti, Amelia si rifugiò nel suo studio, cercando di trovare un modo per esprimere il dolore che la consumava. Le parole, che prima si riversavano in ruoli teatrali, ora sembravano inadeguate, incapaci di contenere il tormento che la attanagliava.

Un pomeriggio, mentre cercava di riordinare la sua libreria, Amelia trovò un vecchio libro di poesie. Le poesie, scritte da un poeta sconosciuto, parlavano di amore, di perdita, di rimpianto. Mentre leggeva, Amelia si sentì come se quelle parole fossero state scritte per lei, come se il poeta avesse scrutato nel profondo del suo cuore e avesse dato voce al suo dolore.

Le poesie, con la loro bellezza, con la loro intensità, le diedero una nuova luce, una nuova speranza. Le parole, come un raggio di sole che penetrava la nebbia, le mostrarono che era possibile uscire dal buio, che era possibile rialzarsi dalle macerie.

Mentre la luce del sole filtrava dalla finestra, Amelia prese carta e penna. Le parole, che prima le erano sembrate un ostacolo, ora le apparivano come un'opportunità. Scrisse, come un fiume in piena, e le sue parole, cariche di dolore, di speranza, di rimpianto, si riversarono sulla carta.

Le parole di Amelia, nate dal dolore, divennero una catarsi. Le permisero di affrontare il passato, di liberarsi dal dolore che la attanagliava. E mentre le sue parole prendevano forma, Amelia si rese conto che il suo viaggio non era finito. La sua storia, come quella di Euridice, era un viaggio attraverso il buio, verso la luce.

Capitolo 9: Il Sogno del Ritorno

Amelia, guidato dalle sue parole, trovò la forza di rialzarsi. Il suo passato, seppur doloroso, le aveva insegnato una lezione preziosa: la forza della resilienza, il potere di guarigione delle parole, l'importanza di essere se stessa.

Mentre si preparava per un nuovo progetto teatrale, Amelia si sentì ispirata da una nuova energia. Il dolore era ancora presente, ma non la opprimeva più. Lo aveva trasformato in una forza, in una fonte di ispirazione.

Il nuovo progetto era un adattamento teatrale di un romanzo di Virginia Woolf. Amelia, affascinata dalla complessità dei personaggi femminili della Woolf, si ritrovò ad esplorare nuovi territori, a dare voce a donne che avevano vissuto il dolore, la solitudine, la ricerca di se stesse.

Mentre lavorava al progetto, Amelia si rese conto che il suo viaggio attraverso il dolore le aveva permesso di entrare in contatto con una parte di sé che aveva sempre cercato di reprimere. Aveva scoperto un'autentica voce, un'autentica identità.

E mentre la sua voce trovava espressione nelle parole, nei gesti, nelle emozioni che metteva in scena, Amelia si rese conto che il suo viaggio era finalmente giunto a una svolta. Aveva superato il dolore del passato, aveva trovato la sua voce, e si era riconciliata con se stessa.

La prima del nuovo progetto fu un successo. Il pubblico, commosso dall'intensità dell'interpretazione di Amelia, capì che la sua storia era un viaggio universale, un viaggio attraverso il dolore, la perdita, la ricerca di se stessi.

Mentre gli applausi si ripetevano, Amelia si sentì finalmente libera. Aveva trovato il suo posto nel mondo, aveva trovato la sua voce, aveva trovato la sua luce. Il passato, con il suo dolore e le sue lezioni, era diventato un'esperienza che l'aveva fatta crescere, che l'aveva trasformata in una donna più forte, più consapevole, più autentica.

Capitolo 10: L'Euridice che Vive

La vita di Amelia cambiò radicalmente dopo il successo del nuovo progetto. Aveva trovato la sua voce, aveva trovato la sua identità, aveva trovato il coraggio di essere se stessa. Il suo passato, seppur doloroso, l'aveva fatta crescere, l'aveva portata a una nuova consapevolezza, a una nuova comprensione della vita e del suo ruolo nel mondo.

Amelia continuò a lavorare nel teatro, con un'energia rinnovata, un'intensità che proveniva dal profondo della sua anima. Le sue interpretazioni, cariche di emozioni autentiche, toccarono il cuore del pubblico, e le fecero guadagnare la stima e l'ammirazione dei suoi colleghi.

Ma la cosa più importante era che Amelia aveva trovato se stessa. Aveva ritrovato la sua gioia, la sua passione, la sua voglia di vivere. Il suo viaggio attraverso il dolore era stato lungo e difficile, ma l'aveva portata a un nuovo livello di consapevolezza, a una nuova dimensione di sé.

Mentre Amelia si preparava per una nuova rappresentazione, si sentì un'onda di euforia. Era finalmente tornata alla luce, aveva finalmente abbracciato la sua verità. Il suo viaggio attraverso il dolore era stato come un viaggio attraverso il mondo sotterraneo, come un viaggio attraverso il labirinto di Euridice. Ma lei era riuscita a tornare alla luce, a riconquistare la sua vita, a riabbracciare la sua luce.

Amelia, ora una donna forte, autentica e piena di vita, era pronta a vivere la sua vita con coraggio, con passione, con amore. Era pronta a dare voce alla sua verità, a condividere la sua luce con il mondo.

Mentre le luci si accendevano sul palco, Amelia sentì il battito del suo cuore. Non era più Euridice, la donna in ombra, ma la donna che aveva trovato la sua luce, la donna che aveva ritrovato la sua voce. Era Amelia, l'attrice, la donna, l'Euridice che viveva.

STUDIO PER EURIDICE STREAM

CINEMA, TEATRO, SOCIAL MEDIA

PROGETTO DI GIORGIO VIALI

AUTORE IBRIDO