AGATA

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A partire dalla svalutazione dell'arte, della politica e della fede, i Situazionisti diffondevano le loro provocazioni libertarie contro le istituzioni consolidate. La decostruzione di ogni forma di comunicazione audiovisiva segnava l'inizio di un’era che stava morendo, mentre un “altro” si sprigionava dalle sue ceneri, ai margini del bosco. La “pittura industriale” di Pinot-Gallizio, la “guida psicogeografica di Parigi” e il “cinema détourné” di Debord, i quadri “fuori gioco” di Jorn, la “pratica del rovesciamento di prospettiva” di Vaneigem e l'“urbanismo unitario” di Costant anticiparono l’esplosione e la festa del '68, segnando la transizione dalla critica alle armi alla critica delle armi attraverso la dialettica musicale del sampietrino. Gianfranco Sanguinetti, con il suo pseudonimo Censor, scrisse “Rapporto veridico sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia” e successivamente “Del terrorismo e dello stato”, denunciando la concezione poliziesca della storia come la forma più estrema di alienazione politica, affermando che ogni atto di terrorismo non fosse altro che un proseguimento della politica con altri mezzi.

In contrapposizione, Pinot-Gallizio commercializzava la sua pittura a metri, mentre Debord esortava a vivere una gioia prolungata attraverso percorsi quotidiani ludici (la dérive), rivelando le dinamiche della società dello spettacolo. Jorn trasformava l'insignificante e il kitsch della società di massa attraverso il grottesco, mentre Vaneigem svelava le “banalità di base” dell'ordinario, incanalando una rivoluzione intellettuale nel détournement di tutti i linguaggi. Costant proponeva un'“urbanistica sociale” che contemplava nuovi modi di abitare, lavorare e comunicare all'interno della società. Sotto il loro approccio sovversivo, si rivelava che ogni persona in grado di riconoscere i propri desideri e piaceri non potesse che contribuire alla rovina di un'epoca simile. Le rovine non ci rendono puri, perché noi erediteremo la terra, affermava (Buenaventura Durruti). Un aforisma può colpire come un proiettile a un dittatore, ma spesso è troppo tardi. La violenza non è l’elemento centrale; è la resa dei conti. È la libertà a riscattare la storia. Un ribelle privo di grazia è come Voltaire senza la sua penna d'oca, o il boia di Londra senza l'unguento per il collo degli impiccati. Il fascino del potere è un vizio, mentre la rivolta dell'intelligenza è una passione sfrenata che libera l'esistenza degli oppressi nell'utopia del quotidiano.

Il grande scoppio del '68 si propagò in tutto il mondo, scuotendo le fondamenta dell'impero. La decadenza generale, che serviva vecchie e nuove forme di servitù, venne svelata. Poiché siamo fatti della stessa sostanza dei nostri sogni, le cadute del Palazzo erano attese, e le “strategie del ragno” operavano in clandestinità nei sotterranei del potere. Le giovani generazioni resero la vergogna più evidente e la denunciarono pubblicamente. La critica dell'ideologia divenne il fondamento di ogni critica e, come in passato, quando i popoli si assunsero il rischio di cambiare le cose, la memoria collettiva della storia mutò. La ricchezza critica, radicale e libertaria dell’Internazionale Situazionista attecchì, ma non si trasformò in una foresta di torce che illuminasse il disordine creativo.

La società dello spettacolo si basa sulla menzogna. Già nel '700, l'abate Augustin Barruel indagava le congiure degli illuminati di Baviera, scoprendo nei loro documenti segreti intenzioni e trame: “Dobbiamo aprire le fonti della conoscenza, elevare i talenti oppressi, far risorgere gli uomini di genio dalla polvere, prendere in mano l’educazione della gioventù e formare una lega indissolubile tra le migliori menti... Favorire le rivoluzioni, rovesciare tutto, combattere la forza con la forza e la tirannia con la tirannia”. I miscredenti, gli atei e i ribelli sono sempre stati dalla nostra parte, poiché hanno rivelato le menzogne e le ingiustizie di coloro che sfruttavano il popolo. Hanno denunciato l'ineguaglianza sociale, chiedendo di essere o tutti poveri o tutti ricchi, e ci hanno esortato a guardare la vita con i nostri occhi e a pensare con la nostra testa. La proprietà privata delle idee è sempre stata un furto, e la schiavitù umana la sua legittimazione. È necessario dare a Cesare ciò che gli spetta… ventitré pugnalate e un secchio di sangue.

I Situazionisti hanno rubato, détournato e rovesciato i progetti degli specialisti dello spettacolo integrato, minando alla radice la democrazia spettacolare e affermando che dove regna lo spettacolo, sorgono anche le sue forche. La critica sociale della civiltà dell'apparenza è ora oggetto di nuove cospirazioni, e l'assassinio dei suoi miti non è più indiscutibile. I congiurati sono sempre più numerosi, e una nuova generazione di uomini planetari si prepara a mettere fine all'imbecillità culturale, trasformando l'idiota istituzionale in un cumulo di rovine. Un mondo privo di E-utopia (il buono-spazio) è privo di valore.

SITUAZIONISMO

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A partire dalla svalutazione dell'arte, della politica e della fede, i Situazionisti diffondevano le loro provocazioni libertarie contro le istituzioni consolidate. La decostruzione di ogni forma di comunicazione audiovisiva segnava l'inizio di un’era che stava morendo, mentre un “altro” si sprigionava dalle sue ceneri, ai margini del bosco. La “pittura industriale” di Pinot-Gallizio, la “guida psicogeografica di Parigi” e il “cinema détourné” di Debord, i quadri “fuori gioco” di Jorn, la “pratica del rovesciamento di prospettiva” di Vaneigem e l'“urbanismo unitario” di Costant anticiparono l’esplosione e la festa del '68, segnando la transizione dalla critica alle armi alla critica delle armi attraverso la dialettica musicale del sampietrino. Gianfranco Sanguinetti, con il suo pseudonimo Censor, scrisse “Rapporto veridico sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia” e successivamente “Del terrorismo e dello stato”, denunciando la concezione poliziesca della storia come la forma più estrema di alienazione politica, affermando che ogni atto di terrorismo non fosse altro che un proseguimento della politica con altri mezzi.

In contrapposizione, Pinot-Gallizio commercializzava la sua pittura a metri, mentre Debord esortava a vivere una gioia prolungata attraverso percorsi quotidiani ludici (la dérive), rivelando le dinamiche della società dello spettacolo. Jorn trasformava l'insignificante e il kitsch della società di massa attraverso il grottesco, mentre Vaneigem svelava le “banalità di base” dell'ordinario, incanalando una rivoluzione intellettuale nel détournement di tutti i linguaggi. Costant proponeva un'“urbanistica sociale” che contemplava nuovi modi di abitare, lavorare e comunicare all'interno della società. Sotto il loro approccio sovversivo, si rivelava che ogni persona in grado di riconoscere i propri desideri e piaceri non potesse che contribuire alla rovina di un'epoca simile. Le rovine non ci rendono puri, perché noi erediteremo la terra, affermava (Buenaventura Durruti). Un aforisma può colpire come un proiettile a un dittatore, ma spesso è troppo tardi. La violenza non è l’elemento centrale; è la resa dei conti. È la libertà a riscattare la storia. Un ribelle privo di grazia è come Voltaire senza la sua penna d'oca, o il boia di Londra senza l'unguento per il collo degli impiccati. Il fascino del potere è un vizio, mentre la rivolta dell'intelligenza è una passione sfrenata che libera l'esistenza degli oppressi nell'utopia del quotidiano.

Il grande scoppio del '68 si propagò in tutto il mondo, scuotendo le fondamenta dell'impero. La decadenza generale, che serviva vecchie e nuove forme di servitù, venne svelata. Poiché siamo fatti della stessa sostanza dei nostri sogni, le cadute del Palazzo erano attese, e le “strategie del ragno” operavano in clandestinità nei sotterranei del potere. Le giovani generazioni resero la vergogna più evidente e la denunciarono pubblicamente. La critica dell'ideologia divenne il fondamento di ogni critica e, come in passato, quando i popoli si assunsero il rischio di cambiare le cose, la memoria collettiva della storia mutò. La ricchezza critica, radicale e libertaria dell’Internazionale Situazionista attecchì, ma non si trasformò in una foresta di torce che illuminasse il disordine creativo.

La società dello spettacolo si basa sulla menzogna. Già nel '700, l'abate Augustin Barruel indagava le congiure degli illuminati di Baviera, scoprendo nei loro documenti segreti intenzioni e trame: “Dobbiamo aprire le fonti della conoscenza, elevare i talenti oppressi, far risorgere gli uomini di genio dalla polvere, prendere in mano l’educazione della gioventù e formare una lega indissolubile tra le migliori menti... Favorire le rivoluzioni, rovesciare tutto, combattere la forza con la forza e la tirannia con la tirannia”. I miscredenti, gli atei e i ribelli sono sempre stati dalla nostra parte, poiché hanno rivelato le menzogne e le ingiustizie di coloro che sfruttavano il popolo. Hanno denunciato l'ineguaglianza sociale, chiedendo di essere o tutti poveri o tutti ricchi, e ci hanno esortato a guardare la vita con i nostri occhi e a pensare con la nostra testa. La proprietà privata delle idee è sempre stata un furto, e la schiavitù umana la sua legittimazione. È necessario dare a Cesare ciò che gli spetta… ventitré pugnalate e un secchio di sangue.

I Situazionisti hanno rubato, détournato e rovesciato i progetti degli specialisti dello spettacolo integrato, minando alla radice la democrazia spettacolare e affermando che dove regna lo spettacolo, sorgono anche le sue forche. La critica sociale della civiltà dell'apparenza è ora oggetto di nuove cospirazioni, e l'assassinio dei suoi miti non è più indiscutibile. I congiurati sono sempre più numerosi, e una nuova generazione di uomini planetari si prepara a mettere fine all'imbecillità culturale, trasformando l'idiota istituzionale in un cumulo di rovine. Un mondo privo di E-utopia (il buono-spazio) è privo di valore.

SITUAZIONE

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A partire dalla svalutazione dell'arte, della politica e della fede, i Situazionisti diffondevano le loro provocazioni libertarie contro le istituzioni consolidate. La decostruzione di ogni forma di comunicazione audiovisiva segnava l'inizio di un’era che stava morendo, mentre un “altro” si sprigionava dalle sue ceneri, ai margini del bosco. La “pittura industriale” di Pinot-Gallizio, la “guida psicogeografica di Parigi” e il “cinema détourné” di Debord, i quadri “fuori gioco” di Jorn, la “pratica del rovesciamento di prospettiva” di Vaneigem e l'“urbanismo unitario” di Costant anticiparono l’esplosione e la festa del '68, segnando la transizione dalla critica alle armi alla critica delle armi attraverso la dialettica musicale del sampietrino. Gianfranco Sanguinetti, con il suo pseudonimo Censor, scrisse “Rapporto veridico sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia” e successivamente “Del terrorismo e dello stato”, denunciando la concezione poliziesca della storia come la forma più estrema di alienazione politica, affermando che ogni atto di terrorismo non fosse altro che un proseguimento della politica con altri mezzi.

In contrapposizione, Pinot-Gallizio commercializzava la sua pittura a metri, mentre Debord esortava a vivere una gioia prolungata attraverso percorsi quotidiani ludici (la dérive), rivelando le dinamiche della società dello spettacolo. Jorn trasformava l'insignificante e il kitsch della società di massa attraverso il grottesco, mentre Vaneigem svelava le “banalità di base” dell'ordinario, incanalando una rivoluzione intellettuale nel détournement di tutti i linguaggi. Costant proponeva un'“urbanistica sociale” che contemplava nuovi modi di abitare, lavorare e comunicare all'interno della società. Sotto il loro approccio sovversivo, si rivelava che ogni persona in grado di riconoscere i propri desideri e piaceri non potesse che contribuire alla rovina di un'epoca simile. Le rovine non ci rendono puri, perché noi erediteremo la terra, affermava (Buenaventura Durruti). Un aforisma può colpire come un proiettile a un dittatore, ma spesso è troppo tardi. La violenza non è l’elemento centrale; è la resa dei conti. È la libertà a riscattare la storia. Un ribelle privo di grazia è come Voltaire senza la sua penna d'oca, o il boia di Londra senza l'unguento per il collo degli impiccati. Il fascino del potere è un vizio, mentre la rivolta dell'intelligenza è una passione sfrenata che libera l'esistenza degli oppressi nell'utopia del quotidiano.

Il grande scoppio del '68 si propagò in tutto il mondo, scuotendo le fondamenta dell'impero. La decadenza generale, che serviva vecchie e nuove forme di servitù, venne svelata. Poiché siamo fatti della stessa sostanza dei nostri sogni, le cadute del Palazzo erano attese, e le “strategie del ragno” operavano in clandestinità nei sotterranei del potere. Le giovani generazioni resero la vergogna più evidente e la denunciarono pubblicamente. La critica dell'ideologia divenne il fondamento di ogni critica e, come in passato, quando i popoli si assunsero il rischio di cambiare le cose, la memoria collettiva della storia mutò. La ricchezza critica, radicale e libertaria dell’Internazionale Situazionista attecchì, ma non si trasformò in una foresta di torce che illuminasse il disordine creativo.

La società dello spettacolo si basa sulla menzogna. Già nel '700, l'abate Augustin Barruel indagava le congiure degli illuminati di Baviera, scoprendo nei loro documenti segreti intenzioni e trame: “Dobbiamo aprire le fonti della conoscenza, elevare i talenti oppressi, far risorgere gli uomini di genio dalla polvere, prendere in mano l’educazione della gioventù e formare una lega indissolubile tra le migliori menti... Favorire le rivoluzioni, rovesciare tutto, combattere la forza con la forza e la tirannia con la tirannia”. I miscredenti, gli atei e i ribelli sono sempre stati dalla nostra parte, poiché hanno rivelato le menzogne e le ingiustizie di coloro che sfruttavano il popolo. Hanno denunciato l'ineguaglianza sociale, chiedendo di essere o tutti poveri o tutti ricchi, e ci hanno esortato a guardare la vita con i nostri occhi e a pensare con la nostra testa. La proprietà privata delle idee è sempre stata un furto, e la schiavitù umana la sua legittimazione. È necessario dare a Cesare ciò che gli spetta… ventitré pugnalate e un secchio di sangue.

I Situazionisti hanno rubato, détournato e rovesciato i progetti degli specialisti dello spettacolo integrato, minando alla radice la democrazia spettacolare e affermando che dove regna lo spettacolo, sorgono anche le sue forche. La critica sociale della civiltà dell'apparenza è ora oggetto di nuove cospirazioni, e l'assassinio dei suoi miti non è più indiscutibile. I congiurati sono sempre più numerosi, e una nuova generazione di uomini planetari si prepara a mettere fine all'imbecillità culturale, trasformando l'idiota istituzionale in un cumulo di rovine. Un mondo privo di E-utopia (il buono-spazio) è privo di valore.

CELESTE MALFATTA

CELESTE MALFATTA

Autore Ibrido: GIORGIO VIALI

Data: 12 Dicembre 2024

Celeste Malfatta si trovava seduta sul suo letto, circondata da una miriade di vestiti sparsi e libri non letti. La sua stanza, un rifugio di colori pastello, raccontava storie di sogni e aspirazioni, ma in quel momento sembrava un luogo di frustrazione. Aveva venticinque anni, una laurea in lettere e una passione per la scrittura, ma le porte del mondo del lavoro sembravano chiuse ermeticamente.

Le sue amiche spesso le dicevano che era una ragazza intelligente e talentuosa, ma Celeste sentiva di non appartenere a quel mondo. Ogni colloquio andato male, ogni e-mail di risposta negativa l'aveva portata a una crescente insoddisfazione. La vita sembrava scivolare via senza che lei riuscisse a trovarne il senso. Quando l'idea di vendere le sue prestazioni online le era balenata in testa, la prima reazione era stata di shock. Ma, man mano che i giorni passavano e le bollette si accumulavano, l'idea divenne sempre più allettante.

Una mattina, decise di parlarne con la sua migliore amica, Sofia, una giovane donna con un animo avventuroso e una mente aperta. Si incontrarono in un caffè accogliente, dove l'aroma di caffè e dolci appena sfornati riempiva l'aria. Celeste si sedette di fronte a Sofia, con le mani che tremavano leggermente, mentre si preparava a rivelare il suo pensiero.

«Sofia, ho bisogno di parlarti di qualcosa di serio», iniziò Celeste, guardando la sua amica negli occhi. «Non riesco a trovare lavoro e… ho pensato che potrei vendere le mie prestazioni online».

Sofia, sorpresa, sollevò un sopracciglio. «Prestazioni? Cosa intendi esattamente?»

«Beh, ho visto un sacco di annunci su internet di persone che offrono servizi come consulenze, scrittura, o anche videochiamate», spiegò Celeste, cercando di mettere in ordine le sue idee. «C'è una piattaforma dove puoi collegarti con chi cerca qualcuno per… beh, per qualsiasi cosa. Ho pensato che potrei sfruttare la mia passione per la scrittura e offrire lezioni o consulenze».

Sofia si appoggiò allo schienale della sedia, riflettendo per un attimo. «Capisco. Ma cosa ne pensi? Sei sicura che sia una strada che vuoi percorrere?»

Celeste si passò una mano tra i capelli, visibilmente nervosa. «Non lo so. È solo che… non posso continuare a vivere in questo modo. Ogni giorno che passa mi sento più bloccata. Ho bisogno di fare qualcosa, di sentirmi viva. E se potessi guadagnare qualcosa facendo quello che mi piace… sarebbe un inizio».

«Ma ci sono anche altre opzioni, giusto? Potresti cercare di nuovo lavoro, magari in un settore diverso», suggerì Sofia, cercando di essere di supporto.

«Ci ho provato, ma ogni volta che invio un curriculum mi sento come se stessi parlando al muro. E non posso continuare a dipendere dai miei genitori», rispose Celeste, la frustrazione che si mescolava a una nota di tristezza nella sua voce.

CELESTE MALFATTA

Autore Ibrido: GIORGIO VIALI

Data: 12 Dicembre 2024

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Per uno dei PROGETTI IN CORSO

CELESTE MALFATTA è un PERSONAGGIO COLLETTIVO

Celeste Malfatta è il Marxismo e il Socialismo portato nei Social Media.

Vogliamo una figura Collettivistica.

L'Individualità è il Male. Il Degrado. La Vergogna.

Vogliamo esprimerci in un NOI.

Noi siamo un Insieme di Aspirazioni. Di Libertà.

NOI SIAMO CELESTE MALFATTA

CELESTE MALFATTA è UN BRAND di un PERSONAGGIO COLLETTIVO.

UN'IDEA DI GIORGIO VIALI


CONTATTI: GIORGIOVIALI (AT) GMAIL.COM

INSTAGRAM: GIORGIOVIALI

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IBRIDAZIONE

IBRIDAZIONE

BOZZA - TESTO - RACCONTO

Era stanca del proprio corpo. Stanca di aver a che fare con il proprio corpo. Non che lo detestasse. Voleva solo potersi prendere una pausa. Meritata. Necessaria. Una pausa possibilmente lunga. Il più lunga possibile. Voleva non avere a che fare con il proprio corpo. Quando non era necessario. Quando poteva ignorarlo. Il suo corpo era troppo presente nella sua vita. Era normale che volesse non averci a che fare? Era normale che volesse dei momenti di pausa? Se lo chiedeva. Per scrupolo. Per capire se stava entrando in qualche campo contrassegnato da qualche etichetta psicopatologica. Per quanto una persona potesse essere sana, una qualche forma di depressione, o di dipendenza, o di labilità, era sempre dietro l'angolo e non trascurabile. Stava esagerando con l'uso del proprio corpo? Considerato che era giunta alla conclusione che le dipendenze, le ossessioni, i tratti devianti sarebbero stati i prossimi indicatori identitari. Da esibire o nascondere. A partire dalle espressioni curriculari. Che poi non era un problema di corpo. Il corpo in sé. Era un problema di come si interfacciava con il suo corpo o con qualsiasi altro elemento analogico o digitale con cui aveva a che fare. Un corpo non è niente. Non ha un valore o una valenza. Può non averla. E' insignificante. Irrilevante. Periferico. A volte astratto. Era tutta quella pelle che la infastidiva. Quella distesa irregolare ma insistente di pelle che, senza soluzione di continuità, formava e deformava il suo corpo. I capelli erano un accessorio. Pure le unghie. Le labbra e gli occhi e il naso. Erano considerabili e sopportabili. La distesa indefinita di pelle non lo era. E voleva prendersi una pausa anche dal corpo degli altri. Non detestava i corpi degli altri. Il suo corpo invece sì. Non era interessata a toccare altri corpi. Il suo poteva anche toccarlo, non la infastidiva. Era immaginarlo e pensarlo come una entità che la infastidiva. Non che volesse disfarsene. Il suo corpo era un oggetto da curare e definire, levigare e controllare, sentire o ignorare. I corpi degli altri proprio non la interessavano? Si stava chiedendo, nella sua metodologica accuratezza nell'analizzare a fondo un argomento. No. Non la interessavano. Perché era stanca del proprio corpo? No. Perché cercava possibilmente altro. Avrebbe preferito altro. Che cosa? Sguardi. Parole. Attenzioni. Carezze. Carezze? No. Carezze no. E gli sguardi non avrebbero dovuo essere sguardi per il suo corpo. Ma sguardi al suo viso, alle sua anima. A quello che lei era. Considerato che ognuno avrebbe potuto costruire un corpo desiderabile sembrava non essere più quello, il corpo, che poteva riscaldare o accendere una qualche passione. Doveva iniziare a preoccuparsi? Era in una fase di burn out professionale? O era solo una fase. Una transizione. Una maturazione ontologica ed esistenziale?

Era stanca del proprio corpo. Stanca di avere a che fare con il proprio corpo. Non che lo detestasse. Voleva solo potersi prendere una pausa. Meritata. Necessaria. Una pausa possibilmente lunga. Il più lunga possibile. Voleva non avere a che fare con il proprio corpo quando non era necessario. Quando poteva ignorarlo. Il suo corpo era troppo presente nella sua vita. Era normale che volesse non averci a che fare? Era normale che volesse dei momenti di pausa? Se lo chiedeva. Per scrupolo. Per capire se stava entrando in qualche campo contrassegnato da qualche etichetta psicopatologica. Per quanto una persona potesse essere sana, una qualche forma di depressione, di dipendenza o di labilità era sempre dietro l'angolo e non trascurabile. Stava esagerando con l'uso del proprio corpo? Considerato che era giunta alla conclusione che le dipendenze, le ossessioni e i tratti devianti sarebbero stati i prossimi indicatori identitari, da esibire o nascondere, a partire dalle espressioni curriculari. Che poi non era un problema di corpo. Il corpo in sé. Era un problema di come si interfacciava con il suo corpo o con qualsiasi altro elemento analogico o digitale con cui aveva a che fare. Un corpo non è niente. Non ha un valore o una valenza. Può non averla. È insignificante. Irrilevante. Periferico. A volte astratto. Era tutta quella pelle che la infastidiva. Quella distesa irregolare ma insistente di pelle che, senza soluzione di continuità, formava e deformava il suo corpo. I capelli erano un accessorio. Pure le unghie. Le labbra, gli occhi e il naso. Erano considerabili e sopportabili. La distesa indefinita di pelle non lo era. E voleva prendersi una pausa anche dal corpo degli altri. Non detestava i corpi degli altri. Il suo corpo invece sì. Non era interessata a toccare altri corpi. Il suo poteva anche toccarlo, non la infastidiva. Era immaginarlo e pensarlo come un'entità che la infastidiva. Non che volesse disfarsene. Il suo corpo era un oggetto da curare e definire, levigare e controllare, sentire o ignorare. I corpi degli altri proprio non la interessavano? Si stava chiedendo, nella sua metodologica accuratezza nell'analizzare a fondo un argomento. No. Non la interessavano. Perché era stanca del proprio corpo? No. Perché cercava possibilmente altro. Avrebbe preferito altro. Che cosa? Sguardi. Parole. Attenzioni. Carezze. Carezze? No. Carezze no. E gli sguardi non avrebbero dovuto essere sguardi per il suo corpo. Ma sguardi al suo viso, alla sua anima. A quello che lei era. Considerato che ognuno avrebbe potuto costruire un corpo desiderabile, sembrava non essere più quello, il corpo, che poteva riscaldare o accendere una qualche passione. Doveva iniziare a preoccuparsi? Era in una fase di burn-out professionale? O era solo una fase. Una transizione. Una maturazione ontologica ed esistenziale?

Il dubbio, come un insetto tenace, le ronzava intorno alla testa. Burnout? Transizione? Maturazione? Etichette rassicuranti, ma che non riuscivano a catturare la sfumatura esatta del suo disagio. Era qualcosa di più profondo, più radicale. Un'insoddisfazione non legata al lavoro, ma all'essenza stessa della sua esperienza corporea. Era come se il suo corpo fosse diventato un’interfaccia difettosa, un software mal progettato che rallentava il suo accesso al mondo. Il mondo che desiderava, quello fatto di sguardi penetranti, di conversazioni profonde, di connessioni intellettuali, era oscurato da questo involucro di pelle, questo peso costante che la ancorava a una dimensione fisica che la soffocava.

Iniziò a documentarsi. Non su malattie, ma su filosofie. Lettura dopo lettura, si immerse nel pensiero buddista, nell’idea dell’anatta, dell’assenza di un sé permanente, del corpo come aggregato temporaneo. Trovò conforto, ma non soluzione. L'anatta non eliminava il disagio, ma lo riformulava: non era il suo corpo a darle fastidio, ma l'attaccamento al suo corpo, la sua identificazione con esso. Era l’illusione di un'unità, di una coerenza che percepiva come fallace, come una gabbia autoimposta.

Si ritrovò a sperimentare tecniche di meditazione, cercando di distaccarsi, di osservare il suo corpo come un oggetto esterno, un paesaggio da contemplare, non un'estensione del suo io. Il risultato era frustrante. La sua mente, abituata a un flusso continuo di pensieri e analisi, si ribellava, ritrovando sempre la strada per tornare a quel senso di disagio, a quell’irritante presenza del suo corpo.

La ricerca la portò alla filosofia stoica. L'accettazione, la virtù, la saggezza: concetti che le sembravano più vicini alla sua condizione. Non si trattava di eliminare il corpo, ma di cambiare il suo rapporto con esso. Non di ignorarlo, ma di integrarlo nella sua filosofia di vita. Cominciò a praticare l'auto-osservazione, a notare i suoi impulsi, le sue reazioni, senza giudizio. Il suo corpo divenne un oggetto di studio, un esperimento.

Registrò ogni sensazione, ogni dolore, ogni piacere, catalogandoli in un taccuino, trasformando il suo disagio in dati. Il corpo, con le sue imperfezioni e le sue contraddizioni, divenne un testo da decifrare. Non cercò più di sfuggirgli, ma di comprenderlo, di trovare un'armonia, un equilibrio tra la sua realtà fisica e la sua realtà interiore. Iniziò a praticare lo yoga, non come una forma di tortura estetica, ma come un modo per prendere consapevolezza del suo corpo, per sentire i suoi muscoli, le sue ossa, il suo respiro.

Il suo approccio si fece più scientifico, più analitico. Studiò la biologia del corpo umano, la neurofisiologia, la psicologia somatica. Si rese conto che il suo malessere non era un'anomalia, ma un sintomo di una dissonanza tra corpo e mente, tra l'esperienza soggettiva e la realtà oggettiva. La soluzione non stava nell'eliminare il corpo, né nel trascenderlo, ma nell'integrare le due realtà, nell'accordare la mente e il corpo. Non era una fuga, ma un ricongiungimento. Il corpo non era più un peso, ma una sfida, un enigma da risolvere, un'equazione da bilanciare. Era solo l'inizio di un lungo processo di auto-conoscenza, di riconciliazione con se stessa, con il suo corpo e con il mondo.

La domanda, "Perché era stanca del proprio corpo?", rimbalzava nella sua mente come una pallina da ping-pong in una gabbia di vetro. La risposta, ovvia eppure sfuggente, si nascondeva tra le pieghe di una verità che non riusciva ancora ad articolare completamente. Era stanca perché il suo corpo, per anni, era stato uno strumento, un palcoscenico, una merce. Era stanca della precisione chirurgica con cui lo aveva preparato per ogni performance, della spietata analisi di ogni curva, di ogni imperfezione, per renderlo il più appetibile possibile allo sguardo altrui. Era stanca della meticolosa cura dedicata a quell’oggetto, un oggetto che, ironicamente, la faceva sentire profondamente estranea.

La parola "sex performer", fino a quel momento rimasta silenziosa, un fantasma sospeso nell'aria, ora si materializzava, svelandosi in un sussulto di amara consapevolezza. Non era solo la stanchezza fisica, lo stress, l’esaurimento. Era una stanchezza profonda, che le attorcigliava l'anima, un’alienazione dalla sua fisicità. Il suo corpo, oggetto di desiderio per gli altri, era diventato una gabbia per lei.

La pausa che desiderava non era semplicemente un periodo di riposo, ma una riconquista. Un riappropriarsi del suo corpo, spogliandolo di ogni aspettativa esterna, di ogni sguardo giudicante. Voleva ri-imparare a conoscerlo, a sentirlo come proprio, al di là della sua funzione, del suo valore di mercato. Voleva imparare ad amare la sua pelle non per la sua perfezione, ma per le sue imperfezioni, per le sue cicatrici, per la sua storia.

Il burn-out professionale era indubbiamente parte del problema, ma era solo la punta dell'iceberg. La transizione era reale, ma non solo ontologica o esistenziale. Era una rivoluzione. Doveva smantellare l'immagine che aveva costruito di sé, l’immagine che le aveva permesso di sopravvivere, per ricostruire qualcosa di autentico, qualcosa che non fosse solo un prodotto da vendere, ma un essere umano intero, con i suoi desideri, le sue paure, la sua fragilità. E la paura la attanagliava. La paura di non essere all'altezza della nuova se stessa, di non riuscire a staccarsi dal passato, di non trovare più un valore al di fuori del suo corpo.

Ma una flebile speranza, un piccolo seme di ottimismo, cominciava a germogliare. Quella stanchezza, quella profonda, insopportabile stanchezza, poteva essere anche la forza motrice del cambiamento. Era un dolore necessario, il dolore della rinascita.

Non sapeva dare una risposta definitiva. Gli interrogativi si accavallavano nella sua mente come un labirinto senza uscita. Si sentiva come un'ombra che vagava in un mondo di corpi, tutti così concreti e palpabili, mentre lei si sentiva sempre più evanescente, come se la sua essenza si stesse dissolvendo nel caos di una quotidianità che non le apparteneva più.

Camminava per le strade della città, osservando le persone intorno a lei, ognuna chiusa nel proprio corpo, ognuna intenta a vivere la propria vita. C'era chi rideva, chi piangeva, chi parlava animatamente, eppure a lei tutto sembrava distante, come se fosse un fantasma in un mondo che non riusciva a toccare. Le loro risate risuonavano come echi lontani, e le parole si disperdevano nell'aria, senza mai raggiungerla davvero.

Eppure, in quei momenti di osservazione, si accorgeva di qualcosa di strano. I corpi degli altri, che fino a quel momento le erano sembrati insignificanti, iniziavano a rivelare una certa bellezza, una fragilità. Le curve di una donna che si prestava ad un abbraccio, la postura di un uomo che camminava con sicurezza. Ma non era la bellezza fisica a catturare la sua attenzione; era piuttosto l'idea che ogni corpo raccontasse una storia, un vissuto, un'esperienza. E lei, immersa nella sua introspezione, si sentiva sempre più estranea.

Poteva esserci qualcosa di liberatorio nel distaccarsi dal proprio corpo, nel non identificarsi con esso? Forse, pensò, la vera libertà risiedeva nel riconoscere che il corpo era solo un involucro, un veicolo temporaneo. Ma, al tempo stesso, aveva paura. Paura di perdere il contatto con la realtà, paura di svanire del tutto, di diventare un'idea astratta priva di forma.

La sua mente tornò a vagare verso l'idea di una pausa. La pausa che desiderava non era solo fisica, ma anche mentale. Voleva allontanarsi da tutto ciò che la circondava, dai rumori, dalla frenesia, dalle aspettative. Sognava un rifugio, un luogo dove il tempo si fermasse e potesse finalmente respirare. Ma dove? Dove si sarebbe potuta rifugiare per trovare la pace?

In un momento di lucidità, si rese conto che la risposta era dentro di lei. La pausa non era un luogo fisico, ma uno stato d'animo. Doveva imparare a coltivare quella calma interiore, quella consapevolezza che andava oltre il corpo. Doveva permettersi di sentirsi, di essere, senza il peso del giudizio o delle aspettative altrui.

Mentre rifletteva su questo, si rese conto che il suo corpo, quel corpo che la infastidiva così tanto, era anche un alleato. Era il mezzo attraverso il quale viveva, provava emozioni, assaporava la vita. E se avesse cominciato a guardarlo con occhi diversi? Se avesse iniziato a considerarlo non come una gabbia, ma come un ponte verso il mondo?

All'improvviso, il suo respiro divenne più profondo. Un barlume di speranza si accese dentro di lei. Forse non era tutto perduto. Forse, con un po' di pazienza e un cambio di prospettiva, avrebbe potuto trovare un equilibrio tra il suo corpo e la sua anima. E così, decise di prendersi quella pausa, ma non per fuggire. La pausa sarebbe stata un'opportunità per esplorare, per ascoltare se stessa, per danzare in armonia con la propria esistenza.

Con un nuovo slancio, si avviò verso casa, pronta a iniziare il suo viaggio interiore. E mentre camminava, si sorprese a sorridere. Non era la fine, ma solo un nuovo inizio.

GIORGIO VIALI

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CORPO SOCIALE

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CORPO SOCIALE

DI GIORGIO VIALI

Il nuovo progetto di Giorgio Viali, intitolato “Corpo Sociale”, si presenta come un’illuminante riflessione sull’intersecarsi di identità, relazioni e contesti sociopolitici nel mondo contemporaneo. Il titolo stesso, con la sua ambiguità, invita all'esplorazione di un duplice significato: da un lato, il concetto di corpo sociale è profondamente radicato nella sociologia, dove si riferisce all’insieme delle strutture, delle istituzioni e delle interazioni che compongono la nostra società. Dall’altro, la dicotomia tra corpo e società si fa concreta, riflettendo le percezioni e le esperienze fisiche individuali di ciascun membro del corpo sociale, specialmente nel contesto dei social media.

In un epoca in cui i social media si sono trasformati in un potente strumento di comunicazione, il progetto di Viali si propone di indagare come le nostre identità fisiche e sociali siano influenzate e modellate da queste piattaforme digitali. La dimensione del “corpo” non è più solo fisica, ma si estende ad un’esistenza virtuale, dove le immagini e le informazioni si fondono, creando una nuova forma di realtà che altera la percezione di sé e delle dinamiche relazionali.

Questo duplice approccio interrogativa il rapporto intrinseco tra la dimensione sociale e quella fisica dell’uomo: come gli ambienti sociopolitici influenzano il modo in cui ci presentiamo e interagiamo online? E come queste interazioni, a loro volta, ripercuotono il nostro essere nella società? Attraverso 'Corpo Sociale', Viali si impegna a esplorare tutte queste domande, promuovendo un dialogo aperto e critico tra gli ambiti della sociologia politica e della corporeità.

Il progetto non si limita a una mera analisi accademica, ma invita tutti a partecipare attivamente all'esplorazione di queste relazioni intricate. Viali desidera che 'Corpo Sociale' diventi un laboratorio di idee e interazioni, dove le persone possano riflettere sulle loro esperienze personali legate al corpo e ai social media, creando uno spazio di condivisione e discussione che abbatte le barriere tra individualità e collettività.

In definitiva, 'Corpo Sociale' è un invito a riflettere sulle connessioni che ci legano l'uno all'altro e alle dinamiche più ampie che ci modellano. Attraverso questo progetto ambizioso, Giorgio Viali desidera affrontare il complesso dialogo tra la nostra esistenza fisica, il contesto sociopolitico e le esperienze mediate dai social media, spronando ciascuno di noi a prendere parte attivamente a questa conversazione fondamentale nel panorama attuale.

GIORGIO VIALI

AUTORE, SCENEGGIATORE, FOTOGRAFO, FILMMAKER - ROMANZO, ROMANZO ROSA, RACCONTO, SCENEGGIATURA, DRAMMATURGIA, MELODRAMMA - TESTI IBRIDI, IBRIDAZIONI, INTELLIGENZA ARTIFICIALE - CINEMA, TEATRO, SOCIAL MEDIA

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