AMELIA

STUDIO PER EURIDICE STREAM

CINEMA, TEATRO, SOCIAL MEDIA

PROGETTO DI GIORGIO VIALI

AUTORE IBRIDO

Euridice

Il palco era buio, un nero assoluto che si addensava come una nebbia fitta. Amelia, avvolta in un maglione di lana grigia e con le dita strette attorno a una tazza di tè freddo, fissava il vuoto. La sua mente era un vortice di immagini, frammenti di una storia antica che si intrecciavano con i dubbi attuali. Domani avrebbe dovuto iniziare le prove per "Orfeo", una nuova interpretazione del mito greco che la vedeva nel ruolo di Euridice.

Amelia non era una novizia. Aveva conquistato le luci della ribalta, guadagnandosi il plauso della critica per le sue interpretazioni intense e cariche di emozione. Ma Euridice, la donna silenziosa, la moglie in ombra, le incuteva una strana paura.

Il suo sguardo si posò sul copione aperto sul tavolino accanto a lei. Le parole di Orfeo, disperato e appassionato, echeggiavano nella sua testa. "Ritorna, amore mio, non posso vivere senza te!" E poi, il silenzio, l'angoscia di Euridice, una voce senza voce, un fantasma che aleggiava nel mondo dei morti.

Amelia aveva sempre interpretato personaggi forti, donne che gridavano la loro voce al mondo, che lottavano contro le ingiustizie. Euridice era diversa, una creatura fragile, silenziosa, intrappolata in un destino spietato. Come avrebbe potuto dare voce a quella silenziosa angoscia?

Un rumore di passi la fece sobbalzare. Era Marco, il regista, il suo mentore, il suo amico. I suoi occhi azzurri, come il mare in una giornata di tempesta, la penetravano.

"Stai pensando a Euridice?" chiese, avvicinandosi e appoggiandosi al tavolino.

Amelia annuì, senza riuscire a proferire parola.

"È una donna complessa, Amelia," disse Marco, con un leggero sorriso. "Non una semplice vittima, ma una donna con la sua storia, i suoi sogni, le sue paure. Devi trovare la sua voce, anche se silenziosa."

"Ma come?" chiese Amelia, la voce appena un sussurro. "Come si fa a dare voce al silenzio?"

"Non è facile," ammise Marco. "Ma è la tua sfida, Amelia. E so che la supererai."

Le parole di Marco le diedero un barlume di speranza, ma il dubbio rimaneva. Amelia si sentiva come un'attrice che si preparava a interpretare un ruolo che non conosceva, un ruolo che andava oltre le parole, oltre le emozioni. Un ruolo che la costringeva a confrontarsi con il mistero del silenzio.

E mentre il buio del palco la avvolgeva, Amelia non poteva fare a meno di pensare che questa non fosse solo una rappresentazione, ma un viaggio dentro se stessa, alla ricerca di una voce, non solo per Euridice, ma anche per la sua anima.

Capitolo 2: I Sussurri del Silenzio

Le prove iniziarono con un'atmosfera di trepidante attesa. Amelia, avvolta in un lungo vestito nero, si muoveva sul palco con una strana grazia, come un'ombra che danzava nel buio. Gli occhi di Marco la seguivano con attenzione, scrutando ogni suo movimento, ogni sua espressione.

"Amelia, devi essere più presente, più viva," disse Marco, dopo una scena in cui Euridice appariva come un fantasma, un'ombra sfuggente. "Euridice è una donna che ha vissuto, che ha amato, che ha sofferto. La sua presenza non può essere solo un'eco, ma un'onda che scuote il mondo."

Amelia cercò di assimilare le parole di Marco, di tradurle in azioni. Ma il peso del silenzio le opprimeva, la soffocava. Il suo ruolo era quello di essere una donna che non poteva parlare, che era costretta a vivere nel silenzio. Come avrebbe potuto esprimere la complessità delle sue emozioni, la sua disperazione, il suo amore, con una sola parola?

Durante la pausa, Amelia si nascose dietro le quinte, cercando di ritrovare il suo equilibrio. Osservò gli altri attori, i loro gesti, le loro parole, la loro energia. Eppure, non trovava la chiave per svelare il mistero di Euridice.

"Non devi cercare di imitare la voce di Euridice, Amelia," disse una voce gentile alle sue spalle. Era Anna, la costumista, una donna minuta e con un'innata sensibilità artistica. "Devi ascoltare il silenzio, il sussurro che giace dentro di te. Il silenzio è un linguaggio potente, Amelia, un linguaggio che parla all'anima."

Amelia sentì un brivido lungo la schiena. Le parole di Anna erano come un raggio di luce che penetrava la sua nebbia di dubbi. Il silenzio, il sussurro interiore... forse era lì, in quella profonda oscurità, che risiedeva la chiave per comprendere Euridice.

Nel pomeriggio, Amelia si ritrovò a provare una scena con Stefano, che interpretava Orfeo. Mentre Stefano le teneva le mani, con voce carica di dolore, Amelia guardò i suoi occhi, cercò di entrare in contatto con il suo dolore, con la sua disperazione.

E in quel momento, nel profondo del silenzio, Amelia sentì un sussurro. Non un suono, ma un'eco, un'onda di emozioni che la travolse. La sua mano, stretta in quella di Stefano, si irrigidì, la sua anima si riempì di un dolore profondo, un dolore che non aveva parole, ma che si propagava attraverso il suo corpo, attraverso la sua stessa essenza.

Mentre il sipario calava, Amelia sentì che aveva fatto un passo avanti. Il silenzio non era più un vuoto, ma un abisso di emozioni che la chiamava. Era pronta ad abbracciarlo, a farlo diventare la sua voce, la voce di Euridice.

Capitolo 3: Il Labirinto di Orfeo

Le prove procedevano a ritmo serrato. Amelia si immergeva sempre più nel ruolo di Euridice, esplorando i labirinti del suo silenzio. Le sue emozioni, nascoste nel profondo, emergevano come flussi di energia, pulsazioni di dolore, di amore, di disperazione. La sua voce, che non era una voce, trovava espressione in gesti, in sguardi, in un'intensità che trascendeva le parole.

Marco, soddisfatto, la osservava con orgoglio. "Stai diventando Euridice, Amelia," le disse una sera, dopo una scena particolarmente intensa. "Hai trovato la sua voce, il suo silenzio."

Amelia sorrise, ma il suo sorriso era pieno di mistero. Aveva trovato la voce di Euridice, ma aveva trovato anche la sua, la voce di Amelia, che si confondeva con quella della sua musa.

Mentre le prove si avvicinavano alla fine, Amelia si rese conto che il ruolo di Euridice le aveva aperto un mondo nuovo, un mondo fatto di ombre e di luci, di silenzio e di passione. Aveva scoperto un potere insospettato nella sua capacità di esprimere le emozioni attraverso il corpo, attraverso il linguaggio del silenzio.

Ma in quel mondo, c'era anche Orfeo, il suo amore, il suo tormento. Stefano, l'attore che interpretava il ruolo di Orfeo, era un uomo affascinante, con una voce che catturava l'anima. La loro chimica era palpabile, un magnetismo che si alimentava della loro reciproca passione.

Durante le prove, Amelia si lasciava trasportare dal suo ruolo, dalla sua storia. Amava Orfeo, lo desiderava, lo piangeva. La sua anima si apriva a lui, cercando di raggiungere il suo cuore, il suo dolore. E Stefano, con la sua intensità, la sua vulnerabilità, le rispondeva, la accoglieva in un abbraccio di emozioni.

Ma era solo un gioco, una rappresentazione. Amelia lo sapeva, ma le emozioni che provava erano reali, tangibili. E la confusione, la paura, l'amore che le sussurravano dentro, non si allontanavano neanche quando il sipario cadeva e il palcoscenico si svuotava.

Amelia, con il suo cuore in fermento, cercò di separare la finzione dalla realtà, di distinguerlo il suo ruolo da se stessa. Ma la linea era sottile, come un filo che si spezzava sotto la pressione di emozioni contrastanti.

Capitolo 4: La Voce del Cuore

La sera della prima, il teatro era pieno. Le luci si abbassavano, il silenzio calava come una nebbia fitta. Amelia, dietro le quinte, sentiva il battito del suo cuore accelerare, come il tamburo di un guerriero che si preparava alla battaglia.

Mentre si affacciava sul palco, avvolta in un lungo abito bianco, Amelia sentì un'ondata di energia elettrica attraversarla. Era lì, in quel momento, pronta a dare voce al silenzio, a raccontare la storia di Euridice.

La scena si aprì con il canto di Orfeo, una melodia struggente che si propagava nell'aria. Amelia, in silenzio, lo osservava, i suoi occhi pieni di un dolore silenzioso, di un amore profondo. E mentre il canto di Orfeo si alzava, Amelia sentì una voce dentro di lei, un'eco che risuonava nel suo essere. Era la voce di Euridice, la sua voce.

La rappresentazione fu un trionfo. Il pubblico, catturato dalla storia, dal dolore di Orfeo, dalla silenziosa intensità di Euridice, si lasciò trasportare in un viaggio emotivo che li toccò nel profondo.

Amelia, al termine dell'ultimo atto, si sentì esaurita, ma appagata. Aveva raggiunto il suo obiettivo, aveva dato voce al silenzio. Ma in quel silenzio, aveva trovato la sua voce, la voce del suo cuore.

Mentre le luci si riaccendevano, Amelia sentiva gli applausi, le grida di gioia del pubblico. Ma la sua attenzione era rivolta a Stefano, a Orfeo, il suo amante, il suo tormento, il suo riflesso.

I loro sguardi si incontrarono, e Amelia sentì un'onda di emozioni travolgerla. Era un sentimento ambiguo, fatto di dolore, di passione, di confusione. Non riusciva a separare l'amore di Euridice per Orfeo dall'amore, o forse dalla passione, che provava lei per Stefano.

"È stata magnifica, Amelia," le disse Stefano, avvicinandosi a lei con un sorriso. "Hai dato vita a Euridice."

"Grazie," disse Amelia, cercando di nascondere la confusione che le turbava l'anima.

"Non so se era finzione o realtà," sussurrò Stefano, i suoi occhi azzurri la fissavano con intensità.

Amelia non rispose. Non sapeva cosa fosse reale e cosa fosse finzione. L'amore, il dolore, la passione si mescolavano in un vortice di emozioni che la travolgeva.

Mentre lasciavano il teatro insieme, Amelia sentì che il suo viaggio non era finito. La voce di Euridice risuonava ancora nel suo cuore, e la confusione che la turbava era diventata un'inquietante sensazione di incompletezza.

Capitolo 5: Il Riflesso dell'Amore

Amelia e Stefano si ritrovarono spesso insieme dopo la prima di "Orfeo". I loro incontri, inizialmente casuali, diventarono sempre più frequenti, sempre più intensi. Parlavano a lungo, si confessavano i loro sogni, i loro timori, le loro passioni.

Stefano, attraverso la sua arte, aveva sempre avuto una profonda comprensione delle emozioni umane. Amelia, che aveva sempre cercato di controllare i suoi sentimenti, si sentiva finalmente libera di essere se stessa. Con Stefano, si sentiva compresa, accolta, amata.

Ma l'amore, il suo amore per Stefano, era come un'ombra che si allungava sulla sua anima, un'ombra che le faceva paura. Stefano era sposato, e la loro storia era una trasgressione, un gioco pericoloso.

Amelia, tormentata dai sensi di colpa e dal desiderio, cercava di mantenere una certa distanza da Stefano. Ma la loro attrazione era troppo forte, e i loro incontri, sempre più clandestini, si riempivano di una sensualità che le toglieva il fiato.

Una sera, dopo un'intensa prova, Stefano la aspettava nel backstage. I suoi occhi, illuminati da una luce soffusa, la fissavano con intensità. Amelia, il cuore in gola, si sentì trascinata dalla sua energia. Si ritrovò avvolta in un abbraccio che la lasciò senza fiato. I loro corpi si toccavano, e Amelia sentiva un'onda di calore attraversarla.

"Amelia, ti amo," sussurrò Stefano. "Non posso più negarlo."

Amelia, il respiro mozzato, cercò di reagire, di frenare il desiderio che la invadeva. Ma le sue parole, seppur cariche di timore, erano piene di verità.

"Anche io ti amo, Stefano," sussurrò, il suo cuore pulsava come un tamburo.

In quel momento, tra il silenzio del backstage e l'intensità dei loro sentimenti, Amelia si rese conto che il confine tra finzione e realtà si era dissolto. Il suo amore per Stefano, che inizialmente aveva visto come un riflesso dell'amore di Euridice per Orfeo, era diventato una realtà, un'esplosione di emozioni che la travolgeva.

Ma questo amore, questo gioco pericoloso, era destinato a rimanere un segreto. Un segreto che Amelia, per amore, per paura, per il desiderio di non ferire nessuno, era pronta a custodire nel profondo del suo cuore.

Capitolo 6: Le Ombre del Passato

Mentre la storia d'amore tra Amelia e Stefano si svolgeva in un labirinto di segreti, il passato di Amelia tornava a perseguitarla. Un passato che, fino a quel momento, aveva cercato di dimenticare, di seppellire sotto strati di successo e di ambizione.

Amelia era cresciuta in una famiglia disfunzionale, segnata da un'infanzia difficile. Il padre, un uomo violento e imprevedibile, aveva instillato in lei un profondo senso di paura. La madre, una donna fragile e sottomessa, era stata incapace di proteggerla.

Il teatro era diventato il suo rifugio, un mondo fantastico in cui poteva fuggire dalla realtà, dare voce ai suoi sogni, al suo dolore. Ma le ferite del passato erano ancora aperte, come cicatrici invisibili che le impedivano di vivere pienamente il presente.

Un giorno, mentre Amelia si trovava a casa, ricevette una telefonata da sua madre. La voce della donna era tremante, carica di un'angoscia che le faceva male. Il padre di Amelia si era ammalato, e le sue condizioni erano critiche.

Amelia, presa da un turbine di emozioni contrastanti, si sentì divisa tra il dolore per la sofferenza del padre e la paura che lui le aveva ispirato per tutta la vita. Decise di andare a trovarlo in ospedale, sperando di trovare un modo per perdonarlo, per liberarsi dal passato che la opprimeva.

In ospedale, Amelia trovò il padre ridotto a un'ombra del gigante che aveva conosciuto. I suoi occhi, un tempo fulmini di rabbia, erano ora vuoti e smarriti. Amelia, sentendo un'ondata di compassione, gli si avvicinò e gli prese la mano.

"Papà, è tutto okay," sussurrò, la sua voce tremava. "Siamo qui, siamo con te."

Il padre la guardò con occhi vuoti, come se non la riconoscesse. Non pronunciò una parola, ma Amelia sentì una strana pace invadere il suo cuore. In quel momento, realizzò che il padre, il suo aguzzino, era diventato un uomo fragile, sotto la pressione della malattia e del rimpianto.

Mentre lasciava l'ospedale, Amelia si sentì liberata. Il passato non era svanito, ma aveva finalmente trovato il coraggio di guardarlo negli occhi, di affrontarlo senza paura. La sua visita al padre le aveva fatto capire che anche i mostri possono diventare fragili, e che il perdono, anche se difficile, è possibile.

Capitolo 7: Il Labirinto della Verità

Il successo di "Orfeo" continuava a crescere. Amelia, con la sua interpretazione silenziosa, ma carica di emozioni, era diventata una vera e propria icona del teatro moderno. La critica la osannava, il pubblico la idolatrava.

Ma il successo non riusciva a cancellare il peso del segreto che Amelia custodiva nel suo cuore. L'amore per Stefano era diventato un tormento, un'ossessione che la divorava dall'interno. Il suo senso di colpa, il timore di ferire la moglie di Stefano, la tormentavano.

Amelia cercava di fuggire dalla realtà, di nascondersi dietro la finzione del suo ruolo, del successo che le aveva portato. Ma il labirinto della verità era troppo complesso, e il passato, che pensava di aver seppellito, tornava a perseguitarla.

Un giorno, Amelia ricevette una lettera da un avvocato. Era la moglie di Stefano. La donna, un'attrice affermata, aveva scoperto la loro relazione. La lettera era fredda, tagliente, e conteneva una richiesta precisa: Amelia doveva mettere fine alla loro storia, o si sarebbe trovata costretta a rivelare tutto al mondo.

Amelia, colpita da un'ondata di panico, sentì il mondo crollarle addosso. La verità, che aveva cercato di nascondere, era emersa dal buio. E le conseguenze, che aveva tentato di evitare, si abbattevano su di lei con tutta la loro forza.

Amelia cercò di parlare con Stefano, di trovare un modo per risolvere la situazione. Ma Stefano, spaventato, confuso e pieno di rimpianto, si era allontanato. La loro relazione, come un fragile castello di sabbia, era crollata sotto la pressione della verità.

Amelia, sola e distrutta, si ritrovò ad affrontare le conseguenze delle sue scelte. La sua carriera, il suo successo, il suo amore, tutto sembrava crollare attorno a lei. E mentre il mondo esterno le crollava addosso, Amelia si ritrovò a guardare dentro di sé, a cercare una forza, una ragione, un modo per rialzarsi.

Capitolo 8: Il Ritorno alla Luce

Amelia si ritrovò in un vortice di dolore, di confusione, di rabbia. La sua storia con Stefano, che aveva creduto fosse una fuga dalla realtà, era diventata una trappola, un labirinto di emozioni da cui le sembrava impossibile uscire.

Mentre le giornate si trasformavano in notti, Amelia si rifugiò nel suo studio, cercando di trovare un modo per esprimere il dolore che la consumava. Le parole, che prima si riversavano in ruoli teatrali, ora sembravano inadeguate, incapaci di contenere il tormento che la attanagliava.

Un pomeriggio, mentre cercava di riordinare la sua libreria, Amelia trovò un vecchio libro di poesie. Le poesie, scritte da un poeta sconosciuto, parlavano di amore, di perdita, di rimpianto. Mentre leggeva, Amelia si sentì come se quelle parole fossero state scritte per lei, come se il poeta avesse scrutato nel profondo del suo cuore e avesse dato voce al suo dolore.

Le poesie, con la loro bellezza, con la loro intensità, le diedero una nuova luce, una nuova speranza. Le parole, come un raggio di sole che penetrava la nebbia, le mostrarono che era possibile uscire dal buio, che era possibile rialzarsi dalle macerie.

Mentre la luce del sole filtrava dalla finestra, Amelia prese carta e penna. Le parole, che prima le erano sembrate un ostacolo, ora le apparivano come un'opportunità. Scrisse, come un fiume in piena, e le sue parole, cariche di dolore, di speranza, di rimpianto, si riversarono sulla carta.

Le parole di Amelia, nate dal dolore, divennero una catarsi. Le permisero di affrontare il passato, di liberarsi dal dolore che la attanagliava. E mentre le sue parole prendevano forma, Amelia si rese conto che il suo viaggio non era finito. La sua storia, come quella di Euridice, era un viaggio attraverso il buio, verso la luce.

Capitolo 9: Il Sogno del Ritorno

Amelia, guidato dalle sue parole, trovò la forza di rialzarsi. Il suo passato, seppur doloroso, le aveva insegnato una lezione preziosa: la forza della resilienza, il potere di guarigione delle parole, l'importanza di essere se stessa.

Mentre si preparava per un nuovo progetto teatrale, Amelia si sentì ispirata da una nuova energia. Il dolore era ancora presente, ma non la opprimeva più. Lo aveva trasformato in una forza, in una fonte di ispirazione.

Il nuovo progetto era un adattamento teatrale di un romanzo di Virginia Woolf. Amelia, affascinata dalla complessità dei personaggi femminili della Woolf, si ritrovò ad esplorare nuovi territori, a dare voce a donne che avevano vissuto il dolore, la solitudine, la ricerca di se stesse.

Mentre lavorava al progetto, Amelia si rese conto che il suo viaggio attraverso il dolore le aveva permesso di entrare in contatto con una parte di sé che aveva sempre cercato di reprimere. Aveva scoperto un'autentica voce, un'autentica identità.

E mentre la sua voce trovava espressione nelle parole, nei gesti, nelle emozioni che metteva in scena, Amelia si rese conto che il suo viaggio era finalmente giunto a una svolta. Aveva superato il dolore del passato, aveva trovato la sua voce, e si era riconciliata con se stessa.

La prima del nuovo progetto fu un successo. Il pubblico, commosso dall'intensità dell'interpretazione di Amelia, capì che la sua storia era un viaggio universale, un viaggio attraverso il dolore, la perdita, la ricerca di se stessi.

Mentre gli applausi si ripetevano, Amelia si sentì finalmente libera. Aveva trovato il suo posto nel mondo, aveva trovato la sua voce, aveva trovato la sua luce. Il passato, con il suo dolore e le sue lezioni, era diventato un'esperienza che l'aveva fatta crescere, che l'aveva trasformata in una donna più forte, più consapevole, più autentica.

Capitolo 10: L'Euridice che Vive

La vita di Amelia cambiò radicalmente dopo il successo del nuovo progetto. Aveva trovato la sua voce, aveva trovato la sua identità, aveva trovato il coraggio di essere se stessa. Il suo passato, seppur doloroso, l'aveva fatta crescere, l'aveva portata a una nuova consapevolezza, a una nuova comprensione della vita e del suo ruolo nel mondo.

Amelia continuò a lavorare nel teatro, con un'energia rinnovata, un'intensità che proveniva dal profondo della sua anima. Le sue interpretazioni, cariche di emozioni autentiche, toccarono il cuore del pubblico, e le fecero guadagnare la stima e l'ammirazione dei suoi colleghi.

Ma la cosa più importante era che Amelia aveva trovato se stessa. Aveva ritrovato la sua gioia, la sua passione, la sua voglia di vivere. Il suo viaggio attraverso il dolore era stato lungo e difficile, ma l'aveva portata a un nuovo livello di consapevolezza, a una nuova dimensione di sé.

Mentre Amelia si preparava per una nuova rappresentazione, si sentì un'onda di euforia. Era finalmente tornata alla luce, aveva finalmente abbracciato la sua verità. Il suo viaggio attraverso il dolore era stato come un viaggio attraverso il mondo sotterraneo, come un viaggio attraverso il labirinto di Euridice. Ma lei era riuscita a tornare alla luce, a riconquistare la sua vita, a riabbracciare la sua luce.

Amelia, ora una donna forte, autentica e piena di vita, era pronta a vivere la sua vita con coraggio, con passione, con amore. Era pronta a dare voce alla sua verità, a condividere la sua luce con il mondo.

Mentre le luci si accendevano sul palco, Amelia sentì il battito del suo cuore. Non era più Euridice, la donna in ombra, ma la donna che aveva trovato la sua luce, la donna che aveva ritrovato la sua voce. Era Amelia, l'attrice, la donna, l'Euridice che viveva.

STUDIO PER EURIDICE STREAM

CINEMA, TEATRO, SOCIAL MEDIA

PROGETTO DI GIORGIO VIALI

AUTORE IBRIDO

SABRINA

STUDIO PER ARISTEA

EURIDICE STREAM

AUTORE IBRIDO: GIORGIO VIALI

Sabrina era una performer che lavorava online, una di quelle artiste che hanno saputo cogliere le opportunità offerte dalla rete per costruirsi una carriera nel mondo dello spettacolo. Quel pomeriggio si trovava nel suo camerino, pronta a provare una nuova collezione di intimo rosa che aveva appena ricevuto. Con un misto di eccitazione e trepidazione, iniziò ad indossare uno ad uno i capi, fermandosi a osservarsi attentamente nello specchio e scattando diverse foto.

La voce fuori campo, come un narratore onnisciente, accompagna lo spettatore in questo rito di preparazione, osservando con occhio clinico i gesti di Sabrina. È quasi una danza, un incanto ipnotico in cui il corpo diventa il palcoscenico di un'esibizione privata, una performance intima e sensuale. I riferimenti culturali sono molteplici, dalla cinematografia di Fellini alle atmosfere di romanzi come "L'amante" di Marguerite Duras. C'è qualcosa di archetipico in questo rituale di trasformazione, un eco di antiche sacralità femminili.

Ma dietro a questa superficie di puro edonismo, si intravedono spunti di riflessione sociologica e filosofica. Sabrina è il prodotto di una società iperconnessa, in cui l'immagine e la seduzione sono diventate merce di scambio. Il suo corpo è allo stesso tempo oggetto di desiderio e strumento di lavoro, una dicotomia che interroga le contraddizioni del mondo contemporaneo. Emerge anche una dimensione di solitudine, quasi di estraniamento, in questo atto di esibirsi davanti a uno specchio che diventa metafora di un'identità frammentata.

Eppure, nel gesto di Sabrina c'è anche una forma di riappropriazione, una rivendicazione della propria agency come donna e come artista. È quasi un atto di resistenza contro la mercificazione del sé, una riaffermazione della propria soggettività. In questo senso, il riferimento a Gucci e alla sua ultima collezione non è casuale: è il tentativo di ibridare l'alta moda con l'immediatezza della cultura pop, di creare un linguaggio che sia al contempo elitario e accessibile.

STUDIO PER ARISTEA

EURIDICE STREAM

AUTORE IBRIDO: GIORGIO VIALI

SABRINA

ARISTEA

EURIDICE STREAM

AUTORE IBRIDO: GIORGIO VIALI

La luce fioca del camerino, con il suo bagliore rosato, illuminava il viso di Sabrina. Era un'atmosfera intima, quasi sacrale, un santuario dove la performer si preparava a entrare in scena. Ma la sua scena, questa volta, non era un palcoscenico illuminato da riflettori, non era un teatro gremito di pubblico in delirio. Il suo palco era la telecamera, il suo pubblico il mondo online, un universo di sconosciuti che si lasciavano catturare dai suoi movimenti, dalle sue parole, dalle sue emozioni.

Il camerino, con la sua semplicità, con i suoi pochi mobili e la sua aria quasi di disordine ordinato, era il luogo dove Sabrina costruiva il suo personaggio. Un personaggio che, paradossalmente, era un’esplorazione del suo sé più profondo, un viaggio di scoperta che si svolgeva sotto gli occhi di chiunque fosse disposto a guardarlo.

Le dita di Sabrina, con i loro movimenti delicati e sensuali, sfioravano la seta rosa del body, come se fossero le stesse dita di un artista che toccano con cura la tela. La sua voce, morbida e rassicurante, accompagnava ogni gesto, ogni posa, come un’orchestra che compone la melodia del suo essere.

“Questo body, ragazze, è semplicemente divino! Mi valorizza il décolleté in un modo incredibile,” sussurrava Sabrina allo schermo. “È il capo perfetto per una serata speciale, un look sensuale ma elegante al tempo stesso. Pensate a un cocktail party, o a un appuntamento romantico...”

Ogni capo che indossava, ogni commento che pronunciava, ogni sbirciata allo specchio, era un tassello del mosaico che componeva la sua identità online. Un’identità che si nutriva di fragilità e di desideri, di sogni e di paure, di fragili certezze e di sfumature di autenticità.

Sabrina era consapevole che la sua performance, in un certo senso, era la rappresentazione di un’epoca. Un’epoca in cui le identità erano fluide, mutevoli, costruite a pezzi, come un puzzle di selfie e di post su Instagram. Un’epoca in cui il confine tra realtà e finzione si faceva sempre più labile, in cui la rappresentazione diventava la nuova realtà.

“Amo il modo in cui questo babydoll mi avvolge, come una nuvola,” sussurrava Sabrina, sfiorando con le dita il morbido tessuto. “È delicato, sensuale, un capo perfetto per una serata in casa, per coccolarsi e per sentirsi belle.”

Ogni parola che pronunciava era un’eco di quella cultura digitale che la circondava, fatta di influencer e di guru del benessere, di guru della moda e di esperti di vita. Un flusso continuo di informazioni e di messaggi che, in qualche modo, plasmano l’identità di chi li assorbe.

“Il rosa, ragazze, è un colore che mi fa sentire potente, femminile, libera,” concludeva Sabrina, ammirando il suo riflesso nello specchio. “È il colore della femminilità, dell’amore, della dolcezza. Ma è anche un colore che si può indossare con orgoglio, con sicurezza, con un pizzico di trasgressione.”

Mentre si vestiva, scegliendo un completo grigio dal taglio impeccabile, Sabrina pensava alla complessità del suo ruolo di performer online. Un ruolo che le permetteva di essere chi voleva essere, di esplorare la sua femminilità in tutte le sue sfumature, di dare voce alle sue emozioni, di connettersi con un pubblico eterogeneo. Ma era anche un ruolo che la costringeva a mostrarsi, a mettersi a nudo, a essere sempre sotto gli occhi di tutti, in una continua performance di sé.

Le sue sneakers cool, un dettaglio inaspettato che spezzava l’eleganza del suo completo grigio, erano un simbolo di quella voglia di libertà, di trasgressione, di mescolare stili e di creare un’identità personale, unica e originale. Un’identità che, in qualche modo, si ispirava alla filosofia del “less is more”, un approccio minimalista che celebra la semplicità e l’autenticità.

Sabrina, in quel camerino illuminato da una luce rosata, era un’artista che stava creando un capolavoro. Un capolavoro fatto di emozioni, di desideri, di fragilità, di autenticità. Un capolavoro che si lasciava osservare, commentare, giudicare. Un capolavoro che, forse, stava aprendo un nuovo capitolo della narrazione del sé nell’era digitale.

“Non so voi ragazze, ma io sono pronta a dare inizio al mio show. Vi aspetto online,” sussurrava Sabrina allo specchio, con un sorriso smagliante. E mentre il suo sguardo si perdeva nella luce rosata del camerino, la sua voce si confondeva con il rumore del mondo, con la cacofonia di voci che risuonavano nella rete. Un mondo in cui la performance diventava la nuova normalità, in cui l’identità era un’opera in continua evoluzione, un flusso continuo di pensieri, emozioni, parole, immagini, un flusso che, come il fiume, non si ferma mai.

Mentre Sabrina si avviava verso il suo palcoscenico digitale, la sua silhouette si staglia contro la luce fioca del camerino, come una ballerina che si prepara a compiere il suo balletto. Un balletto che, forse, stava svelando le nuove regole del gioco, le nuove forme di bellezza, le nuove sfumature dell’autenticità. Un balletto che, in qualche modo, stava scrivendo un nuovo capitolo della storia del mondo.

ARISTEA

EURIDICE STREAM

AUTORE IBRIDO: GIORGIO VIALI

SABRINA

SABRINA - ARISTEA

EURIDICE STREAM

AUTORE IBRIDO: GIORGIO VIALI

Sabrina, con le sue dita affusolate che sfioravano delicatamente il pizzo rosa, si specchiava nel suo rifugio. Un camerino, una scatola magica di luci e ombre, il luogo in cui l'ordinario si trasformava in spettacolo. Un palcoscenico privato, dove il suo corpo diventava un'opera d'arte, una tela bianca su cui dipingere le sue emozioni, la sua storia.

Un filo sottile, invisibile ma tangibile, la separava dal mondo esterno. Lo schermo del suo computer, una finestra sul vuoto, era il suo palcoscenico. Lì, dietro quella sottile pellicola di pixel, Sabrina si liberava, si ritrovava, si reinventava. Erano i suoi follower, gli occhi avidi e curiosi che si affollavano dietro lo schermo, a darle un senso di esistenza, a darle un valore.

"Questo body... mi valorizza davvero il décolleté", sussurrò, con un sorriso che le illuminava il viso, mentre osservava il suo riflesso nel vetro, una dea rosa in un tempio di luci. I commenti, un fiume di parole, scorrevano frenetici sullo schermo, accarezzando il suo ego, nutriendo la sua sete di approvazione. Era la loro ammirazione, la loro voracità che la spingeva ad andare avanti, a sfidare i confini della sua intimità, a mostrarsi nuda, vulnerabile, in un'auto-esibizione incessante.

La sua voce, bassa e sensuale, si mescolava al fruscio dei tessuti pregiati, un'orchestra di sensazioni che si traducevano in un'unica melodia. "Questa sottoveste, mi fa sentire come una principessa", sussurrò, il suo corpo che ondeggiava come un'onda in un mare di seta.

Le sue mani, esperte e delicate, accarezzavano i dettagli di pizzo, le giarrettiere, i corpetti, ogni capo un'opera d'arte che contribuiva a costruire la sua identità online. I suoi occhi, un po' tristi e un po' malinconici, si posavano sul suo corpo con una strana ambivalenza. Ammirazione per la bellezza che mostrava, paura per la fragilità di quella stessa bellezza, un'inquietante consapevolezza del suo ruolo in quel gioco ambiguo e spietato.

"Sono la creatrice, la modella, la protagonista della mia storia", pensò, con un velo di orgoglio che le velava gli occhi. Ma la sua mente, irrequieta e inquieta, in un istante si apriva a un mare di dubbi. Era davvero libera? O era prigioniera di una gabbia dorata, costretta a soddisfare le aspettative di un pubblico che la giudicava senza pietà?

La sua vita, quella vera, si trovava al di là di quella scena effimera. Un lavoro part-time in un negozio di abbigliamento, un appartamento condiviso con due coinquiline, una vita anonima e banale. Eppure, in quel limbo tra realtà e finzione, Sabrina trovava un senso di appagamento, un'illusione di potere, una fuga dalla sua quotidianità.

"Questa guaina, è perfetta per scolpire il mio corpo", sussurrò, mentre la sua mano lisciava il tessuto sulla pancia, nascondendo le sue piccole imperfezioni. Il suo corpo, un'arma a doppio taglio, un'attrattiva irresistibile, un marchio di fabbrica.

Il rituale si concludeva. Lentamente, Sabrina si rivestiva, un'altra trasformazione che la riportava alla realtà. Un completo grigio, impeccabile e lineare, un'armatura che la proteggeva da occhi indiscreti. I pantaloni corti, un tocco di audacia, una sfida alle convenzioni, una citazione dei suoi "idoli" del momento, i modelli di Gucci.

"Sono io, ma non sono io. Sono un'immagine, un'illusione, un'ombra", pensò, mentre si guardava nello specchio. Un'ombra che danza nella luce della rete, una fantasma che esiste solo nell'occhio di chi la guarda.

Il palcoscenico era pronto. La voce fuori campo era silenziosa. Sabrina, con un sospiro, si connetteva. Era tempo di spettacolo.

SABRINA - ARISTEA

EURIDICE STREAM

AUTORE IBRIDO: GIORGIO VIALI

MEDIAMETROPOLI

GIORGIO VIALI

BOZZA MEDIAMETROPOLI

Titolo del Progetto: "MediaMetroPoli"

Scena 1: Inizio del Giorno

Scenografia: La scena si apre all'interno di una piccola stanza minimalista, realizzata in stile futuristico con pareti grigie e una grande finestra virtuale che mostra un paesaggio urbano altamente tecnologico, popolato da mega schermi pubblicitari e droni che sorvolano la città. La stanza è dotata di una scrivania con attrezzature per la registrazione video, un computer potente e una pianta artificiale.

Costumi: La protagonista, LILA, indossa una t-shirt con il logo di un famoso social media, abbinata a leggings neri e scarpe da ginnastica. Il suo aspetto è disordinato: capelli raccolti e occhiaie evidenti, segno di una vita stressante. Indossa anche un braccialetto tecnologico che monitora le sue interazioni online.

Ripresa: La telecamera inizia con un'inquadratura fissa da un angolo della stanza, che inquadra LILA mentre si sveglia, guardando il suo schermo pieno di notizie e notifiche in arrivo. La lente si avvicina lentamente al volto di LILA mentre legge i messaggi. La luce si accende gradualmente, simbolizzando l'inizio di un nuovo giorno di lavoro e isolamento.

Scena 2: La Routine Quotidiana

Scenografia: La scena si sposta sul piccolo angolo di lavoro di LILA, un'area organizzata con poster di influencer e fotografie di eventi a cui non ha mai potuto partecipare. Un grande LED mostra il numero di follower che ha e la sua ultima performance in diretta.

Costumi: LILA indossa una cuffia elegante mentre registra un video, enfatizzando il contrasto tra la sua bassa posizione sociale e le aspettative elevate del mondo dell'influencer.

Ripresa: Le riprese seguono un ritmo frenetico: zoom rapidi su LILA che parla alla camera, alternando inquadrature su ciò che appare sullo schermo mentre elenca le sue statistiche. L'illuminazione è brillante e artificiale, creando un'atmosfera da studio di registrazione, mentre il suono di notifiche entra nel mix per dare l'idea della costante pressione sociale.

Scena 3: Il Controllo delle Emozioni

Scenografia: La stanza di LILA è ora illuminata da luci blu fredde. Una parete è stata trasformata in uno spazio per una scansione emozionale, con diversi schermi e macchine. Un ologramma dell'agenzia di marketing fluttua nell'aria, mostrando grafici e dati.

Costumi: LILA ora indossa un dispositivo di scansione sulla testa e una maschera che la isola dai sensori emotivi.

Ripresa: L'inquadratura passa da un piano a campo lungo che mostra LILA in questo spazio freddo e tecnologico a close-up delle sue espressioni facciali mentre il dispositivo analizza le sue emozioni. La colonna sonora è un mix inquietante di suoni elettronici che trasmettono l'idea di una perdita di controllo su se stessa.

Scena 4: La Condivisione della Solitudine

Scenografia: Una serie di stanze identiche rappresenta gli spazi di vita di altri MediaProletari. La telecamera si muove lentamente lungo un corridoio, ogni porta è illuminata da luci fluorescenti, e all'interno si vedono altre persone che comunicano tramite videochiamate.

Costumi: Ogni MediaProletario ha un outfit simile e trasandato, evidenziando la loro condizione di vita. La mancanza di stile trasmette una sensazione di conformismo.

Ripresa: La telecamera utilizza un dolly per un movimento fluido lungo il corridoio, avvicinandosi ad ogni porta mentre si sentono le voci delle persone che comunicano attraverso i loro schermi. Il contrasto tra l’audio dei dialoghi e l'immobilità degli spazi produce un senso di grande solitudine.

Scena 5: Un Messaggio di Ribellione

Scenografia: Torniamo alla stanza di LILA, ora illuminata da un'alternanza di luci colorate, simbolo della sua crescente ribellione. Le foto degli influencer sono state strappate e i poster sono stati riattaccati in modo caotico.

Costumi: LILA indossa abiti più audaci, come una giacca di pelle e jeans strappati, un look che rappresenta la sua ribellione. I capelli sono lasciati liberi e spettinati.

Ripresa: Un'inquadratura in movimento segue LILA mentre parla con passione alla camera, con un montaggio di immagini della sua vita di isolamento alternato a filmati di eventi sociali. La musica cresce in intensità mentre LILA lancia il suo messaggio di ribellione: "Non siamo solo numeri. Siamo esseri umani!"

Scena 6: Una Rete di Solidarietà

Scenografia: La stanza di LILA è diventata un hub di creatività e collaborazione. Muri decorati con colori vivaci e schermi che mostrano interazioni con altri MediaProletari.

Costumi: I suoi nuovi compagni MediaProletari indossano abbigliamento personalizzato e colorato, simbolo della loro identità individuale e della resa dei conti con la loro condizione.

Ripresa: La telecamera si sposta fluidamente tra i gruppi di persone che collaborano a progetti creativi. La colonna sonora è energica e ottimista, mentre le inquadrature esprimono un senso di comunità e di connessione.

Scena 7: La Lotta Finale

Scenografia: Una manifestazione virtuale prende forma, con schermi giganti trasmessi in diretta. La scena è illuminata da luci intense e simboli di rivolta. Le strade virtuali di MediaMetroPoli si riempiono di avatar dei MediaProletari che si uniscono per un’unica causa.

Costumi: LILA e gli altri indossano t-shirt con slogan rivoluzionari e maschere artistiche. I colori vivaci simboleggiano una nuova era di resistenza.

Ripresa: La telecamera si posiziona su un drone che vola sopra la folla virtuale, riprendendo l'energia della manifestazione. LILA tiene un discorso motivazionale, le sue parole echeggiano in un ambiente carico di emozioni.

Scena 8: La Speranza di un Futuro Nuovo

Scenografia: La scena finale mostra un grande schermo che proietta il messaggio di LILA e degli altri MediaProletari. Gli edifici della MediaMetroPoli sono avvolti in colori vivaci, simbolo di cambiamento.

Costumi: LILA ora indossa un abbigliamento simbolico, con elementi che rappresentano tutte le culture e stili dei MediaProletari, una fusione di identità e speranza.

Ripresa: Un’inquadratura panoramica mostra la città, ora viva e vibrante, con immagini di LILA che si mescolano a quelle di una nuova società. La telecamera si allontana, focalizzandosi sul volto sorridente di LILA mentre la luce del sole sorge, rappresentando una nuova alba per MediaMetroPoli.

GIORGIO VIALI

MEDIAMETROPOLI

GIORGIO VIALI

MEDIAMETROPOLI


Sceneggiatura - MediaMetroPoli

Titolo: Mediametropoli

GENERE: Fantascienza, Drammatico

SCENA 1: INTRODUZIONE A MEDIA METROPOLI

Ambiente: Un’ampia vista aerea di MediaMetroPoli, una metropoli futuristica con torri di vetro e neon, strade affollate da droni e robot autonomi che si occupano della produzione e distribuzione. La luminosità dei social media e delle immagini digitali si riflette sul volto grigio degli edifici.

Dettagli di ripresa: Inquadratura panoramica che si restringe gradualmente su un grande schermo pubblicitario che trasmette immagini brillanti e sfavillanti di vite perfette.

Costumi: I robot indossano uniformi metalliche da lavoro, mentre le persone che si vedono sullo schermo indossano abiti eleganti e futuristici, simboli di uno status che raramente si realizza nella vita reale.

SCENA 2: LA VITA DELLA MEDIA PROLETARIA

Ambiente: Interno dell’appartamento della protagonista, una piccola stanza in stile minimalista, piena di tecnologia: un computer potente, pareti decorate con schermi LED che mostrano feed dei social media.

Azioni della protagonista: La protagonista, Lena, è seduta al suo computer, i capelli disordinati e il viso pallido. Indossa un pigiama comodo ma trasandato. Sta preparando un live streaming, regola i filtri e controlla le telecamere. Si guarda allo specchio, prova a sorridere, poi si ferma.

Dettagli di ripresa: Close-up sul viso di Lena mentre si prepara, la sua espressione è una miscela di determinazione e vulnerabilità. La camera la circonda, enfatizzando la sua solitudine nell'appartamento claustrofobico.

SCENA 3: LIVE STREAMING

Ambiente: Stanza illuminata solo dalla luce blu dei monitor. La parete dietro di lei è decorata con post-it di obiettivi e messaggi motivazionali.

Azioni della protagonista: Lena inizia il live streaming. Saluta i follower con un entusiasmo forzato. Si sforza di mantenere l'energia mentre interagisce con i commenti, anche se il suo cuore è pesante. Durante il live si vede chiaramente la stanchezza nei suoi occhi.

Dettagli di ripresa: Riprese su più piani: inquadrature sul monitor con il count dei follower, la chat che scorre, e il volto di Lena sullo schermo, emotivamente distaccata.

SCENA 4: L’APPELLO DELLA MEDIA PROLETARIA

Ambiente: Scena pubblica virtuale tramite streaming. Lena decide di interrompere il programma e confrontarsi con il suo pubblico.

Azioni della protagonista: Si alza in piedi, prende un respiro profondo e parla direttamente alla telecamera. Le sue parole diventano sempre più intense mentre esprime la frustrazione di vivere in isolamento e il desiderio di connettersi con altri MediaProletari. Estrae un messaggio preliminare di lotta e speranza.

Dettagli di ripresa: Inquadratura a 360 gradi che mostra una modalità di interazione in cui i follower iniziano a commentare e reagire. I colori cambiano da freddi a caldi, suggerendo la transizione emotiva.

SCENA 5: RIVOLTA VIRTUALE

Ambiente: Lo spazio sociale virtuale di incontro dove varie personalità dei MediaProletari si riuniscono per ascoltarla. Appaiono sullo schermo come ologrammi.

Azioni della protagonista: Lena incita gli altri MediaProletari a unirsi e a condividere le loro esperienze. Comincia a raccogliere testimonianze video per una campagna di protesta contro la stagnazione sociale. Le sue parole "Siamo più forti insieme!" risuonano nel silenzio virtuale.

Dettagli di ripresa: Sfumature di blu e verde che evocano sia la tristezza che la speranza. Le riprese alternano close-up delle facce degli ascoltatori, rivelando emozioni di approvazione, ma anche di paura.

SCENA 6: IL DURO RISVEGLIO

Ambiente: Lena è di nuovo nel suo appartamento, in seguito alla sua prima manifestazione virtuale, il suo schermo è bloccato con messaggi di avviso e divisioni.

Azioni della protagonista: La protagonista perde il controllo e inizia a distruggere oggetti nel suo appartamento, esprimendo la sua frustrazione. Poi si ferma, piange e realizza che la sua battaglia è solo all'inizio.

Dettagli di ripresa: La camera si muove con titubanza, passando da inquadrature larghe a dettagli eccezionali sugli oggetti distrutti, simbolo della sua crisi. La luce diminuisce mentre la scena culmina in un silenzio inquieto.

SCENA 7: UNIONE IN LOTTA

Ambiente: Uno spazio vuoto di coworking virtuale. Lena e altri MediaProletari si sono riuniti in video, decidendo di lavorare insieme per un progetto comune.

Azioni della protagonista: I membri parlano, dibattono, condividono idee su come utilizzare i social media per sensibilizzare e denunciare la loro situazione. Lena, ora con una nuova determinazione, funge da leader.

Dettagli di ripresa: Utilizzo di split screen per mostrare la varietà di avatar e schermi, rappresentati in contro-inquadrature. Ogni MediaProletario ha un aspetto diverso, simboleggiando la diversità delle esperienze.

SCENA 8: IL POTERE DELLA COMUNICAZIONE

Ambiente: Un nuovo studio virtuale creato da Lena e i suoi alleati, che ospitano una grande trasmissione.

Azioni della protagonista: Lena, ben vestita e visibilmente più sicura, presenta un programma che mostra le storie di altri MediaProletari, creando consapevolezza e solidarietà. Mostra video e articoli che sono stati creati insieme.

Dettagli di ripresa: Inquadrature dinamiche, movimenti di macchina fluidi, alternati a cut rapidi delle reazioni nel pubblico. La scena culmina in un pianosequenza dove Lena guarda direttamente in camera con speranza.

SCENA FINALE: LA SPERANZA DI UN FUTURO MIGLIORE

Ambiente: Una piazza virtuale con un grande schermo luminoso che trasmette il lavoro comune dei MediaProletari, mostrando messaggi di unità e cambiamento.

Azioni della protagonista: Lena, ora una figura centrale, lancia una sfida aperta agli Influencer e ai dirigenti della società. La scena si riempie di colori vibranti mentre la gente si unisce attorno a lei, anche se virtualmente.

Dettagli di ripresa: Ripresa con lenti grandangolari per enfatizzare il senso di comunità e unione. La musica di sottofondo cresce e il film termina con il graffiato di un sorriso luminoso di speranza sul volto di Lena.


GIORGIO VIALI

MEDIAMETROPOLI

MEDIAMETROPOLI

GIORGIO VIALI

MEDIAMETROPOLI

Recensione di "Mediametropoli" di Giorgio Viali

Con "Mediametropoli", Giorgio Viali si lancia in una sfida audace che unisce le modalità espressive del cinema, del teatro, della performance e della tecnologia, creando un'opera che potrebbe essere descritta come una finestra inquietante su un futuro che è già presente. Purtroppo, il film ha faticato a trovare il suo pubblico, rifiutato alla Mostra del Cinema di Venezia per la sua natura troppo torbida. Nonostante ciò, questa nuova sperimentazione visiva merita di essere vista.

Un'esperienza visiva innovativa

La pellicola si apre con una rappresentazione impressionante di MediaMetroPoli, una città futuristica dominata da neon e schermi digitali. Con una fotografia di grande impatto visivo, la città viene descritta come un pantheon di illusioni e speranze disattese. La scenografia futurista e i costumi impeccabili creano immediatamente un contrasto tra l’apparenza scintillante della vita metropolitana e la triste realtà di chi la abita.

La protagonista, Lena, interpretata magistralmente, è il simbolo della "media proletaria", una figura solitaria immersa in un mondo di social media e streaming. Viali riesce a catturare la vulnerabilità della sua esistenza attraverso inquadrature ravvicinate che mostrano la fragilità del suo spirito nel prepararsi per una diretta, riflettendo sulla pressione incessante di mantenere un’immagine perfetta.

Un racconto di isolamento e resistenza

Una delle principali forze di "Mediametropoli" è la sua esplorazione del tema dell’isolamento nella società iperconnessa. Lena, mentre saluta i suoi follower in un live streaming, confligge tra l’entusiasmo richiesto dal suo pubblico e la sua stanchezza interiore. La direzione di Viali si fa audace quando Lena decide di interrompere il suo show per affrontare il suo pubblico in modo autentico, dando vita a un momento di intensa catharsi.

Questo passaggio segna l’inizio di una "rivolta virtuale", che si dipana in un crescendo emotivo in cui Lena diventa un simbolo di resistenza per altri MediaProletari. L'uso di ologrammi e della tecnologia per rappresentare le loro storie porta in superficie il potere della comunicazione e della connessione umana, dimostrando che la solidarietà può prosperare anche in uno spazio virtuale.

Un mix di emozioni e estetica futuribile

Il film si distingue anche per la sua estetica unica, che ibrida diversi medium. Viali gioca con la forma cinematografica in modi sorprendenti, utilizzando split screen e sequenze di montaggio che riflettono la frenesia dei social media. Le scelte stilistiche di Viali, sebbene innovative, possono risultare un po’ eccessive per alcuni, amplificando l’ipertrofia dell’immagine e del suono, creando un’esperienza quasi cacofonica che riflette il caos della vita moderna.

Conclusione: una speranza in mezzo alla disperazione

"Mediametropoli" culmina in un messaggio di speranza e unità. L'atto finale di Lena, che si erge come leader di una comunità virtuale, testimonia la ricerca di significato e connessione in un mondo che può sembrare spersonalizzante. Nonostante i momenti di disperazione, il film lascia lo spettatore con una sensazione che, uniti, i "MediaProletari" possono affrontare le sfide della loro realtà dettata dalla tecnologia.

In sintesi, "Mediametropoli" di Giorgio Viali è un viaggio intrigante e complesso che merita più attenzione di quanto non stia ricevendo. È una riflessione necessaria sul nostro presente e un invito a riconsiderare le nostre relazioni nei mondi digitali e fisici. In un’epoca in cui le connessioni possono apparire superficiali, il film ci ricorda che, in fondo, la lotta per la vera connessione umana è ciò che conta davvero.

GIORGIO VIALI

MEDIAMETROPOLI

MEDIAMETROPOLI

BOZZA IBRIDAZIONE GIOGIO VIALI

Scena 1: Scenografia: La scena si apre in un appartamento asettico e minimalista, tipico di un MediaProletario. Pareti bianche, pochi mobili essenziali, un letto, una scrivania con un computer e una telecamera puntata costantemente sul volto della protagonista. Costumi: La protagonista indossa abiti semplici e comodi, aodi, adatti a trascorrere lunghe ore davanti alla telecamera. Ripresa: Inquadratura fissa sul volto della protagonista, che occupa gran parte dello schermo. La telecamera cattura espressioni e micro-espressioni, enfatizzando l'isolamento e la monotonia della sua esistenza.

Scena 2: Scenografia: Un enorme edificio, simile a un grattacielo, dove risiede una élite di Influencer. Lussuosi appartamenti, palestre, piscine e sale per eventi. Costumi: Abiti di alta moda, accessori costosi, trucco e acconciature curate. Ripresa: Inquadrature ampie che mostrano l'opulenza e il contrasto con l'ambiente asettico dei MediaProletari. Dettagli di gioielli, abiti e attività degli Influencer.

Scena 3: Scenografia: Una strada di MediaMetroPoli, affollata di robot che trasportano merci e svolgono compiti di routine. Pochi esseri umani sono visibili, per lo più isolati e indifferenti gli uni agli altri. Costumi: Abiti semplici e anonimi, privi di personali. Ripresa: Inquadrature in movimento che seguono il flusso dei robot, intercalate da primi piani di volti umani, espressivi e malinconici.

Scena 4: Scenografia: L'appartamento della protagonista. È ora di andare a lavorare. La protagonista si alza, si prepara, si siede davanti al computer e inizia la sua giornata di lavoro. Costumi: La protagonista indossa gli stessi abiti semplici e comodi della scena 1. Ripresa: Inquadratura che segue i movimenti della protagonista, dal letto alla scrivania. Primo piano sul suo volto concentrato mentre inizia a lavorare.

Scena 5: Scenografia: Un enorme studio di produzione, pieno di attrezzature tecnologiche e robot addetti alla lavorazione di immagini e video. Costumi: La protagonista indossa una tuta da lavoro, mentre gli altri MediaProletari hanno abiti simili. Ripresa: Inquadrature che mostrano l'ambiente di lavoro frenetico e alienante, con i MediaProletari seduti davanti a schermi, impegnati in mansioni ripetitive.

Scena 6: Scenografia: L'appartamento di un Influencer, lussuoso e pieno di comfort tecnologici. Grandi schermi, ologrammi e arredi di design. Costumi: L'Influencer indossa abiti eleganti e alla moda, con accessori costosi. Ripresa: Inquadrature che evidenziano i dettagli dell'ambiente di vita degli Influencer, in contrasto con l'austerità degli appartamenti dei MediaProletari.

Scena 7: Scenografia: Una sala per eventi riservata agli Influencer. Luci soffuse, musica, cibo e bevande. Costumi: Gli Influencer indossano abiti da sera, trucco e acconciature curate. Ripresa: Inquadrature che catturano l'atmosfera di esclusività e divertimento, con dettagli di gesti, sguardi e interazioni tra gli Influencer.

Scena 8: Scenografia: L'appartamento della protagonista. È sera, dopo una lunga giornata di lavoro. La protagonista è stanca, ma deve ancora produrre contenuti per i social. Costumi: La protagonista indossa gli stessi abiti semplici e comodi della scena 1.

GIORGIO VIALI

GIORGIO VIALI

GIORGIO VIALI

Giorgio Viali è un regista e sceneggiatore italiano noto per il suo approccio sperimentale e la sua capacità di sfidare le convenzioni narrative nei suoi film. La sua filmografia esplora tematiche come la solitudine, l'identità e il rapporto tra corpo e immagine, spesso attraverso l'uso di linguaggi visivi innovativi.

Alcune delle sue opere più rilevanti sono "Sancta Imago", che affronta il tema della "Religione delle Immagini", "Canto di una Single", che esplora la solitudine e la connessione umana, e "Basic Film", che indaga il concetto dello sguardo e della vulnerabilità.

Negli ultimi anni, l'attenzione di Viali si è spostata sui contesti attuali dei social media e dell'intelligenza artificiale, come dimostrano i suoi due nuovi progetti in corso:

"Euridice Stream" - Un film ambientato in un mondo distopico dominato dai social media, in cui una giovane donna si destreggia tra la sua vita privata e la sua immagine pubblica online.

"MediaMetropoli" - Un sequel, reboot o remake del classico film "Metropolis" di Fritz Lang, che esplora una società futuristica incentrata sulla produzione di immagini e video, divisa tra una classe privilegiata di "Influencer" e i "MediaProletari" confinati nell'isolamento.

Questi nuovi progetti dimostrano come l'opera di Giorgio Viali si stia evolvendo per affrontare le sfide e le dinamiche della società contemporanea, mantenendo il suo stile visivo distintivo e la sua capacità di suscitare riflessioni profonde sulle nostre relazioni con le immagini e la tecnologia.

GIORGIO VIALI

GIORGIO VIALI

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WWW.GIORGIOVIALI.LIVE

AUTORE, FOTOGRAFO, FILMMAKER

PRECARIO - VICENZA

Giorgio Viali è un regista e sceneggiatore italiano che si distingue per il suo approccio innovativo al cinema contemporaneo. Attraverso un linguaggio visivo potente e sperimentale, Viali affronta temi come la solitudine, l'identità e la relazione tra il corpo e l'immagine, creando opere che invitano lo spettatore a una profonda riflessione sulla società contemporanea.

La sua filmografia, ricca di film sperimentali e drammatici, si caratterizza per l'utilizzo di sovrapposizioni di immagini, monologhi introspettivi e un uso sapiente del primo piano, esplorando l'intimità e la vulnerabilità del soggetto.

Un passato ricco di esplorazioni:

"Sancta Imago" (2011): Viali affronta il tema della "Religione delle Immagini", analizzando il potere comunicativo e persuasivo delle immagini nella società contemporanea. Il film esplora l'esperienza di donne che cercano un significato individuale in un mondo saturo di immagini, sollevando domande sulla fede e l'autenticità.

"Canto di una Single" (2010): Viali esplora la solitudine e la ricerca di connessione in un mondo che sembra allontanarci gli uni dagli altri. La rotatoria, simbolo di un'interazione continua tra il privato e il pubblico, diventa il palcoscenico per una donna che cerca di trovare la sua voce.

"Come Due Parallele" (2004): Un formato drammatico e documentaristico accompagna le vite di due donne che, pur vivendo in parallelo, non si incontrano mai. Il film analizza le somiglianze e le differenze tra i personaggi, offrendo uno sguardo unico sulla solitudine e l'interconnessione.

"Basic Film" (2008): Viali esplora la complessità del rapporto tra soggetto e osservatore, utilizzando il primo piano come strumento di introspezione. Il film analizza la vulnerabilità e l'intimità, invitando lo spettatore a riflettere sulle proprie esperienze di esposizione e connessione. Un presente proiettato verso il digitale:

Negli ultimi anni, l'attenzione e i progetti di Viali si sono spostati su contesti attuali, focalizzandosi sui social media e l'intelligenza artificiale. Questa evoluzione si manifesta in due nuovi progetti in corso:

"Euridice Stream": Un film che racconta la storia di Euridice, una giovane donna che trova la sua voce attraverso lo streaming online. Attraverso la sua esperienza, il film analizza il potere della tecnologia e l'impatto dei social media sulla nostra vita. "MediaMetroPoli": Un'opera che si ispira al film "Metropolis" di Fritz Lang, ambientata in un futuro distopico dominato dai social media e dalla produzione di immagini. Il film racconta la lotta di classe tra i VideoProletari, costretti a lavorare incessantemente per alimentare la macchina del consumo digitale, e gli Influencer, che detengono il potere. Euridice Stream: Un viaggio digitale verso la propria voce

"Euridice Stream" è un film che attraversa i confini tra realtà e mondo virtuale, esplorando la possibilità di trovare se stessi attraverso il digitale. La storia di Euridice, una giovane donna che diventa un'influencer di successo, rappresenta il potere trasformativo dei social media.

Attraverso il suo percorso, Euridice scopre che il digitale, seppur a volte alienante, può anche essere un potente strumento di espressione e di condivisione. Il film, con la sua estetica contemporanea e le sue scene ambientate tra fermate di autobus, palazzi sontuosi e spazi domestici digitali, intende mostrare la complessità del nostro rapporto con il mondo virtuale.

MediaMetroPoli: Un futuro distopico dominato dal consumo digitale

"MediaMetroPoli" si basa sul film di Fritz Lang per creare un'immagine di futuro distopico. Il film racconta la storia di una VideoProletaria che, attraverso la sua lotta per la libertà e la dignità, diventa un simbolo di speranza per milioni di persone costrette a vivere in un mondo di consumo digitale.

Viali, attraverso la sua visione critica del mondo digitale, pone domande sull'influenza dei social media e sull'impatto della tecnologia sulla società. Il film, con la sua ambientazione urbanistica, ricorda la natura alienante e spersonalizzata del mondo in cui viviamo.

Conclusione:

Giorgio Viali, con il suo sguardo acuto e la sua sensibilità per le sfide del mondo contemporaneo, si afferma come un artista che non si limita a raccontare, ma che solleva domande e invita alla riflessione. Le sue opere, caratterizzate da un linguaggio visivo potente e da un uso innovativo della tecnologia, offrono un ritratto profondo e inquietante della società di oggi. Viali, con il suo focus sui nuovi media e sulle sfide del mondo digitale, ci stimola a interrogarci sul nostro rapporto con la tecnologia e su come essa sta plasmando le nostre vite.

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